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NOVEMBRE 2012

     

            Continuo a riassumere la relazione (La famiglia tra opera della creazione e festa della salvezza) tenuta il 30 maggio 2012 dal card. Ravasi al VII Incontro mondiale delle famiglie. Siamo alla seconda parte di quella relazione che si intitola:

 

Le pareti di pietre vive

            Come si ricorderà, Ravasi nell’affrontare il tema che gli era stato proposto, ha deciso di  tracciare la descrizione di una casa, un edificio cioè che simboleggia la famiglia. In questo edificio simbolico, le fondamenta – l’abbiamo visto la volta scorsa – sono costituite dalla coppia.  E’ ora il momento di soffermare la nostra attenzione sulle pareti. Le “pietre vive” che compongono le pareti di questa casa che Ravasi descrive sono i figli, che proiettano la famiglia verso l’alto, verso il futuro. Il cardinale fa notare che in ebraico, la parola usata per indicare i figli è ben, che ha la stessa radice del verbo banah che vuol dire “costruire”. E’ evidente, quindi, il legame tra la generazione dei figli e l’edificazione della casa (cioè della famiglia). Ricordate il salmo 127? Dice: «Se il Signore non costruisce (banah) la casa, invano vi faticano i costruttori… Ecco eredità del Signore sono i figli (ben), è un suo premio il frutto del grembo». Viene quindi sottolineata con forza la caratteristica ineludibile della coppia uomo-donna uniti in matrimonio: la fecondità. Torniamo al primo capitolo della Genesi, laddove è scritto: «Dio creò l’uomo a sua immagine, / a immagine di Dio lo creò / maschio e femmina li creò» (1,27). La coppia dunque è la vera immagine di Dio, l’icona che a Lui maggiormente somiglia. Dio è creatore “e la fecondità della coppia umana è “immagine” viva ed efficace dell’atto creativo divino, ne è un segno visibile; la coppia che genera è la vera “statua” (non quella di pietra o d’oro che il Decalogo proibisce) che raffigura il Dio creatore e salvatore”. E più avanti: “Infine, dobbiamo ricordare che sulle pareti di pietre vive della casa familiare sono incise due epigrafi che delineano l’impegno vitale morale dei suoi abitanti. Sono i due comandamenti capitali della famiglia. Da un lato, ecco il precetto nuziale della fedeltà: «Non commetterai adulterio» (Es 20,14), ricondotto da Cristo alla pienezza del progetto divino originario dell’amore totale e indissolubile (Mt 5,27-28; 19,3-9). D’altro lato, ecco il comandamento sociale: «Onora tuo padre e tua madre» (Es 20,12), dove la figura paterno-materna incarna tutta la complessa rete delle relazioni sociali, essendo appunto la famiglia la cellula germinale del tessuto comunitario. E naturalmente queste due ideali epigrafi ricevono il loro commento in tante pagine bibliche e in tanti insegnamenti del magistero ecclesiale sulla famiglia.”.

 

Le tre stanze della “casa”-famiglia

            Dobbiamo ora riflettere sulla parte interna di questa casa di cui la copia costituisce le fondamenta e i figli sono le pareti. Ravasi immagina che l’interno di questa casa-famiglia sia costituito da tre stanze:

  •             la stanza del dolore: ognuno di noi vorrebbe che questa stanza non ci fosse, però il cardinale ha indubbiamente ragione quando dice che da sempre, fin dai tempi della Bibbia, all’interno di ogni famiglia  si vivono giorni, a volte molto lunghi, di sofferenza: è il dolore causato dalla gelosia, dal tradimento, dall’egoismo, dalla persecuzione che porta all’esilio, dalla malattia, dalla morte. Gesù stesso, nella sua vita terrena, ha dovuto fare i conti con la sofferenza degli uomini e sua personale, ha conosciuto l’ansia di essere perseguitato, profugo, incompreso, tradito, ingiustamente accusato e ha incrociato tanti uomini fiaccati dal dolore causato dalla malattia, dal peccato, dai comportamenti incomprensibili dei figli, dalla perdita di persone care. Sì, la stanza del dolore è molto vasta e nei tempi attuali lo è forse ancora di più. Oggi infatti “La lista delle antiche lacerazioni dei divorzi, ribellioni, infedeltà, aborti e così via si allarga a nuovi fenomeni socio-culturali come l’individualismo, la privatizzazione, i sorprendenti e non di rado sconcertanti percorsi bioetici della fecondazione in vitro, dell’utero in affitto, della coppia omosessuale e delle relative adozioni, delle teorie sul “gender”, della clonazione, della monogenitorialità, della pornografia e via dicendo”. L’edificio della famiglia rischia di esserne seriamente danneggiato se non distrutto: chi crede nella necessità che questa casa sia solida e forte deve stare in guardia.

 Ma andiamo avanti nella descrizione delle stanze che compongono la casa.

 

  • la stanza del lavoro: è questo il secondo degli ambienti della casa.  Guidati da Ravasi, torniamo ancora alla Genesi, laddove si legge: «Il Signore Dio prese l’uomo e lo collocò nel giardino di Eden, perché lo coltivasse (‘abad) e lo custodisse (shamar)» (2,15). Il Signore, cioè, assegna all’uomo un compito (un lavoro, quindi) fin da subito, fin da quando è ancora nel Paradiso terrestre. Del resto, come Ravasi fa notare,”la stessa rappresentazione del Creatore è quella di un lavoratore che opera (bara’= “creare”, è il verbo dell’artigiano) per una settimana lavorativa di sei giorni (1,1), o anche di un pastore (Sal 23) o di un contadino (Sal 65,10-14), o di un tessitore o di un vasaio che modella il suo capolavoro tessile o fittile (Gen 2,7; Ger 18,6; Sal 139, 13-16; Gb 10,8-11).”  Anche se il peccato commesso da Adamo ed Eva, ha avuto come conseguenza la fatica e la sofferenza,  “il lavoro..., è un dono divino, come suggerisce il Salmo 127, quello del padre e dei figli a cui abbiamo già accennato: «Se il Signore non vigila sulla città…, invano vi alzate di buon mattino e tardi andate a riposare, voi che mangiate un pane di fatica» (127,2).”  Non si può dunque fare a meno di questa stanza, anzi  “la disoccupazione e la precarietà si trasformano in sofferenza... È ciò che la società contemporanea sta vivendo in modo talora tragico e questa assenza di lavoro si trasforma in un vero e proprio attentato alla solidità della “casa”-famiglia”.

 

  • la stanza della festa: questo spazio dedicato alla gioia “è collegato e adiacente al locale del lavoro” e deve avere una porta che si apre verso l’esterno. Lasciamo ancora la parola al card. Ravasi: L’uomo è considerato il vertice della creazione: non è solo una realtà “bella/buona” (tôb) come le altre creature, ma è “molto bella/buona” (Gen 1,31). Eppure egli è creato il sesto giorno e il sei, nella simbologia numerica biblica, è indizio di imperfezione, essendo il sette il segno della pienezza. L’uomo è, quindi, prigioniero del limite temporale, spaziale, fisico e metafisico. Tuttavia, può evadere dal carcere della sua natura creaturale e della stessa ferialità: lo fa quando celebra il sabato, il settimo giorno, la festa, la liturgia, la preghiera. Quel giorno, infatti, è il tempo di Dio, l’orizzonte trascendente in cui egli “riposa” nella pienezza della sua gloria...La festa è, quindi, liberazione dal limite e partecipazione all’eternità, è comunione con Dio che strappa la creatura umana dal sesto giorno e la introduce nella festa del settimo ove essa “riposa” come Dio.” Alla luce di queste considerazioni, ci chiediamo: se la festa è questo, come possiamo rinunciare alla domenica? Come possiamo accettare che ci venga ‘rubata’ da chi ci vorrebbe solo e soltanto consumatori perfetti?

            Ma torniamo a Ravasi che a questo punto ci ricorda come la celebrazione della Pasqua ebraica fosse collocata in famiglia, all’interno della casa. Allo stesso modo “la celebrazione eucaristica delle origini cristiane aveva come sede proprio la ecclesia domestica e come contorno il convito familiare (1Cor 11,17-33). Era là che i genitori diventavano i primi araldi della fede per i loro figli.” E poi ci ricorda che “il Salmo 78 esalta l’annuncio familiare della fede: «Ciò che abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno raccontato non lo terremo nascosto ai nostri figli, raccontando alla generazione futura le azioni gloriose e potenti del Signore e le meraviglie che egli ha compiuto. Ha stabilito un insegnamento in Giacobbe, ha posto una legge in Israele, che ha comandato ai nostri padri di far conoscere ai loro figli, perché la conosca la generazione futura, i figli che nasceranno. Essi poi si alzeranno a raccontarlo ai loro figli, perché ripongano in Dio la loro fiducia e non dimentichino le opere di Dio, ma custodiscano i suoi comandi» (78, 3-7).”

Poi, citando Benedetto XVI, aggiunge: “Il lavoro e la festa sono intimamente collegati con la vita delle famiglie: ne condizionano le scelte, influenzano le relazioni tra coniugi e tra i genitori e i figli, incidono sul rapporto della famiglia con la società e con la Chiesa.   La Sacra Scrittura (cfr. Gen 1-2) ci dice che la famiglia, il lavoro e il giorno festivo sono doni e benedizioni di Dio per aiutarci a vivere un’esistenza pienamente umana”( Lettera per il VII Incontro Mondiale delle Famiglie).

            La preghiera liturgica del giorno di festa ci aiuta quindi a uscire fuori dal tempo presente e ci spinge a gettare uno sguardo sulla vita eterna che costituisce il nostro futuro, sulla vera immortalità, sulla Pasqua  che non ha tramonto  “quando tutte le tribù di Israele e «una moltitudine immensa e innumerevole di ogni nazione, famiglia, popolo e lingua staranno tutte in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolte in vesti candide, con rami di palma nelle loro mani» (cf. Ap 7,4-9)»... «in quel giorno non vi sarà né luce né freddo né gelo, sarà un unico giorno, solo il Signore lo conosce; non ci sarà né giorno né notte e verso sera risplenderà la luce… La città non avrà bisogno della luce del sole né della luce della luna, la gloria di Dio la illuminerà e la sua lampada sarà l’Agnello» (Zc 14, 6-7; Ap 21,23). Allora si chiuderà per sempre la “stanza del dolore” perché Dio «asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno perché le cose di prima sono passate» (Ap 21,4).

            Avviandosi alla conclusione della sua relazione, Ravasi sottolinea come le parole che abbiamo or ora ricordato sono un invito alla speranza e ricorda come  spesso nella Bibbia la vita familiare è descritta con accenti di grande tenerezza, “quella virtù che ai nostri giorni è brutalmente ignorata”. Cita ad es. il Salmo 131: «Io ho l’anima mia distesa e tranquilla; come   un bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è in me l’anima mia» (131,2).E ancora il profeta Osea: «Quando Israele era fanciullo, io l’ho amato… Gli insegnavo a camminare tenendolo per mano… Lo attiravo con legami di tenerezza, con vincoli d’amore. Ero come chi solleva un bimbo alla sua guancia, mi chinavo su di lui per dargli da mangiare» (Os 11,1-4). E conclude:   “Con quest’ultimo sguardo che intreccia fede e amore, grazia e impegno, famiglia umana e Trinità divina, contempliamo per l’ultima volta la casa che la Parola di Dio affida alle mani dell’uomo, della donna e dei figli perché compongano «una comunione di persone, segno e immagine della comunione del Padre e del Figlio nello Spirito Santo. La sua attività procreatrice ed educativa è il riflesso dell’opera creatrice del Padre. La famiglia è chiamata a condividere la preghiera e il sacrificio di Cristo. La preghiera quotidiana e la lettura della Parola di Dio corroborano in essa la carità» (Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2205).”   

 

* * *

Il testo della relazione del cardinal Ravasi si può leggere sul sito del Pontificium Consilium pro familia  www.familia.va, cliccando su “ Incontri mondiali delle famiglie” sulla sinistra dello schermo.

 

                                                                                                                                     A cura di   Antonella

Domenica 3 febbraio

pensiamo di poter realizzare un pellegrinaggio

al Battistero, a S. Pietro, a S. Paolo

e a Santa Maria Maggiore

per lucrare l’indulgenza dell’anno della Fede.

Chi vuol partecipare cominci ad organizzarsi.

 

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Ultimo aggiornamento: 12 novembre 2021
 
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