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DICEMBRE 2012

     

CREDO UT INTELLEGAM

 

 La sapienza tutto conosce e tutto comprende» (Sap 9, 11)

 

            La fede trova il suo scoglio nella ragione ma la ragione proprio nella fede trova la risposta ai suoi perché. Il libro della Sapienza dice che la sapienza tutto conosce e tutto comprende ma la Bibbia parla di una sapienza illuminata dalla fede. L’uomo biblico è un uomo che non mette in discussione la fede, anche quando non comprende il perché di certi avvenimenti, pensa che c’è un pensiero recondito di Dio che nasconde la spiegazione e anche se si tratta di evento triste ci si sottomette in spirito di riparazione e di penitenza.

            Quando l'autore sacro vuole descrivere l'uomo saggio, lo dipinge come colui che ama e ricerca la verità: «Beato l'uomo che medita sulla sapienza e ragiona con l'intelligenza, considera nel cuore le sue vie, ne penetra con la mente i segreti. La insegue come uno che segue una pista, si apposta sui suoi sentieri. Egli spia alle sue finestre e sta ad ascoltare alla sua porta. Fa sosta vicino alla sua casa e fissa un chiodo nelle sue pareti; alza la propria tenda presso di essa e si ripara in un rifugio di benessere; mette i propri figli sotto la sua protezione e sotto i suoi rami soggiorna; da essa sarà protetto contro il caldo, egli abiterà all'ombra della sua gloria» (Sir 14, 20-27).

            La fede non rifiuta la ricerca perché l’uso dell’intelligenza fa penetrare anche i segreti di Dio, sempre che si indaghi con intelletto d’amore e di umiltà. Ad ogni uomo, di qualunque fede è consentita la ricerca della verità attraverso l’uso dell’intelligenza, che comunque, se non è condizionata da un rifiuto orgoglioso di Dio, porta ad un’intelligenza superiore, che custodisce la Verità tutta intera, cosa non consentita all’uomo proprio in forza della sua situazione di creatura. L’albero della scienza del bene e del male fu interdetto ad Adamo ed Eva, quell’albero era la conoscenza piena, totale. Noi non possiamo contenere Dio, è troppo grande per la nostra piccolezza.

 

Contributo dell’uomo biblico alla ricerca

            Quale contributo ha dato l’uomo biblico alla ricerca della verità? “La peculiarità che distingue il testo biblico consiste nella convinzione che esista una profonda e inscindibile unità tra la conoscenza della ragione e quella della fede. Il mondo e ciò che accade in esso, come pure la storia e le diverse vicende del popolo, sono realtà che vengono guardate, analizzate e giudicate con i mezzi propri della ragione, ma senza che la fede resti estranea a questo processo. Essa non interviene per umiliare l'autonomia della ragione o per ridurne lo spazio di azione, ma solo per far comprendere all'uomo che in questi eventi si rende visibile e agisce il Dio di Israele. Conoscere a fondo il mondo e gli avvenimenti della storia non è, pertanto, possibile senza confessare al contempo la fede in Dio che in essi opera. La fede affina lo sguardo interiore aprendo la mente a scoprire, nel fluire degli eventi, la presenza operante della Provvidenza”. (Fides et ratio 16)

            Per Israele il rapporto con Dio era quotidiano, tutto giudicava in base alla legge di Dio, alla sua presenza in mezzo al popolo, alla sua benedizione o maledizione in base all’operato del popolo. In ogni avvenimento lieto o triste vedevano in azione il Dio d’Israele, tutto giudicavano attraverso il prisma della fede.

            La lettura attenta degli eventi alla luce della fede, permette di scorgere la presenza operante della Provvidenza. Il libro dei Proverbi dice: “La mente dell’uomo pensa molto alla sua vita, ma il Signore dirige i suoi passi” (Pr. 16,9). Anche il proverbio popolare dice: “L’uomo propone, ma Dio dispone”. E’ come dire: la ragione ti fa riconoscere la strada, illumina la mente ma i nostri passi li dispone Dio attraverso gli eventi che la ragione non può prevedere. Ragione e fede si sostengono a vicenda: l’intelligenza è un dono di somiglianza con Dio che ci è stato dato all’atto creativo e va valorizzato proprio per capire il volere santo di Dio e disporre la nostra volontà ad accettare tale volontà con amore e obbedienza, per il fatto che Dio non può volere che il nostro bene.

            E’ vero che molte volte gli eventi sono determinati dalla volontà malvagia degli uomini, ma noi siamo chiamati, a imitazione di Gesù, a non rispondere al male col male ma a ricambiare il male con il bene, perché così ha fatto Lui e sicuramente è il comportamento più saggio e santo.

            Fede e ragione hanno i loro ambiti complementari. Il libro dei Proverbi c’illumina a riguardo: “E’ gloria di Dio nascondere le cose, è gloria del re investigare” (Pr. 25,2) L’uomo e Dio sono in rapporto dialogico: Dio, autore e Signore di tutte le cose, le offre all’uomo intelligente perché dia loro il nome, cioè, con la sua intelligenza ne scopra l’essenza, la funzione, l’utilità. Dare il nome alle cose, infatti, significa scoprirne l’essenza. Dio tratta l’uomo da creatura intelligente, non ha avuto lo stesso atteggiamento con gli animali, le piante ecc, è perciò legittimo e santo l’uso dell’intelligenza, perché questo è il volere di Dio, ma, naturalmente l’intelligenza ci fa scandagliare e scoprire i segreti della natura non quelli del soprannaturale, che sta sopra il naturale.

            Ma anche il soprannaturale ci riguarda e ci appartiene, dal momento che l’intelligenza ci dice che siamo creature dotate di un’anima immortale, ma solo la rivelazione ce ne rivela le condizioni e i contenuti, dicendoci che l’uomo non conclude la sua esistenza sulla terra ma la continua per l’eternità nella dimensione soprannaturale.  I libri sapienziali della Bibbia sono dunque preziosi proprio perché ci rivelano una sapienza illuminata dalla fede, che traccia il profilo dell’uomo integro, che provvede a se stesso qui sulla terra ma senza tralasciare di provvedere alla vita eterna.

            I libri sapienziali spaziano su tutti gli aspetti del vivere umano nella sua quotidianità fatta di azioni semplici, di scelte di valore, di atteggiamenti emotivi da orientare sapientemente, proprio perché questo soggiorno terreno, ha i giorni contati, ma la vita eterna si decide proprio attraverso le scelte sagge che riusciamo a fare in questa vita segnata dallo scorrere del tempo.

 

La fede non allontana dalla ragione

DM220            “Un'ulteriore tessera a questo mosaico è aggiunta dal Salmista quando prega dicendo: «Quanto profondi per me i tuoi pensieri, quanto grande il loro numero, o Dio; se li conto sono più della sabbia, se li credo finiti, con te sono ancora» (139 [138], 17-18). Il desiderio di conoscere è così grande e comporta un tale dinamismo, che il cuore dell'uomo, pur nell'esperienza del limite invalicabile, sospira verso l'infinita ricchezza che sta oltre, perché intuisce che in essa è custodita la risposta appagante per ogni questione ancora irrisolta”. (Fides et ratio 17)

            Non può la ragione allontanarci dalla verità ed essere in contrasto con Dio perché la nobiltà della ragione sta proprio nell’investigare oltre i limiti propri della razionalità umana, in un Regno tutto nuovo, tutto da scoprire, pieno di sorprese entusiasmanti. Quelli che si dedicano a meditare la Parola di Dio vivono la pienezza dell’essere perché l’anima è soddisfatta di penetrare nel mistero che l’attende e di scoprire le vie più idonee per raggiungerlo.

            Gli uomini e le donne di Dio hanno applicato l’intelligenza per individuare percorsi anche molto complessi di progressivo avvicinamento al progetto di Dio sull’uomo e alla sequela di Cristo.

            Si pensi alla “Salita del Monte Carmelo” di S. Giovanni della Croce, al “Castello interiore” di Santa Teresa d’Avila, agli “Esercizi spirituali” di S. Ignazio di Loiola, alla “Summa Teologica” di S. Tommaso d’Aquino, alla “Piccola via” di Santa Teresa del Bambino Gesù, alla “Via della povertà” di S. Francesco d’Assisi,ecc.

 

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Le sette tappe del cammino di Santa Teresa d’Avila potrebbero essere sintetizzate così:

  1. la conversione,
  2. la lotta e la perseveranza,
  3. la prova e la nuova conversione,
  4. la grazia come esperienza di dono,
  5. il rinnovamento della vita in Cristo,
  6. le grazie della vita mistica,
  7. il culmine del matrimonio spirituale e della totale donazione apostolica.

            Questi percorsi suppongono l’umile cono-scenza di Dio che si rivela ai cuori sinceri e la conoscenza delle fragilità umane, della tendenza naturale alla ricerca del piacere, dell’orgoglio umano, che non tollera di essere scoperto nelle proprie povertà, l’incostanza nel bene, le tentazioni, le seduzioni della carne e del mondo, le tre concupiscenze che albergano dentro di noi: avere, piacere e potere.

            Questa conoscenza dell’uomo e di Dio non si ottiene senza la meditazione, senza la riflessione profonda alla luce della fede, senza l’applicazione della razionalità illuminata dalla grazia. La creatura saggia sa che nulla di universalmente valido può essere prodotto dalla mente umana ma dall’osservazione delle linee di tendenza, che generalmente si riscontrano in quasi tutti gli uomini, si può tracciare un cammino, consapevoli che Dio può anche stravolgere la normalità, infondendo anche a bambini o a persone incolte una sapienza, una forza, un coraggio, una determinazione, umanamente inspiegabili. Si pensi a Nennolina, a Bakita, ai pastorelli di Fatica ecc.

            L’uso intelligente e umile della razionalità è benedetto da Dio, perché ha fatto l’uomo a Sua immagine e vuole che l’uomo si metta in relazione con Lui in maniera intelligente e libera.

            “Possiamo dire, pertanto, che Israele con la sua riflessione ha saputo aprire alla ragione la via verso il mistero. Nella rivelazione di Dio ha potuto scandagliare in profondità quanto con la ragione cercava di raggiungere senza riuscirvi. A partire da questa più profonda forma di conoscenza, il popolo eletto ha capito che la ragione deve rispettare alcune regole di fondo per poter esprimere al meglio la propria natura.

  1. Una prima regola consiste nel tener conto del fatto che la conoscenza dell'uomo è un cammino che non ha sosta;
  2. la seconda nasce dalla consapevolezza che su tale strada non ci si può porre con l'orgoglio di chi pensa che tutto sia frutto di personale conquista;
  3. una terza si fonda nel «timore di Dio», del quale la ragione deve riconoscere la sovrana trascendenza ed insieme il provvido amore nel governo del mondo”.

            Quando s'allontana da queste regole, l'uomo s'espone al rischio del fallimento e finisce per trovarsi nella condizione dello «stolto». Per la Bibbia, in questa stoltezza è insita una minaccia per la vita. Lo stolto infatti si illude di conoscere molte cose, ma in realtà non è capace di fissare lo sguardo su quelle essenziali. Ciò gli impedisce di porre ordine nella sua mente (cfr Pro 1, 7) e di assumere un atteggiamento adeguato nei confronti di se stesso e dell'ambiente circostante. Quando poi giunge ad affermare «Dio non esiste» (cfr Sal 14 [13], 1), rivela con definitiva chiarezza quanto la sua conoscenza sia carente e quanto lontano egli sia dalla verità piena sulle cose, sulla loro origine e sul loro destino”. (Fides et ratio 18)

 

La ragione inserita nella rivelazione

           Da quanto detto si deduce che la rivelazione è un dono di Dio all’uomo razionale, che tende alla Verità tutta intera ma con la sola ragione non può raggiungerla perché è collocata oltre la soglia dell’umano. L’uomo può anche non accogliere la rivelazione e chiudersi nel suo orgoglio che pretende dimostrazioni scientifiche, ma così facendo si allontana sempre più dalla verità, dalla serenità, dalla pace dell’anima che anela a Dio suo bene supremo.

            L’ateo moderno ha ridotto la vita alla sola materialità e di fronte a semplici eventi naturali si smarrisce. Oggi infatti nelle calamità naturali non si ricorre più a Dio per chiedere il Suo intervento come dono, ma si aspetta tutto dall’uomo. L’uomo saggio, fa coscienziosamente il suo dovere, nelle calamità cerca di santificare la prova con l’accettazione in spirito di riparazione.

            In sintesi la ragione va valorizzata e indirizzata ma non sopravvalutata.

            L’orgoglio umano ha avuto nella storia molte dimostrazioni della sua tracotanza, ma l’uomo stenta a farsi ammaestrare dalla storia. Il libro dei Proverbi parla di una intelligenza da acquistare:

 

«Acquista la sapienza, acquista l'intelligenza» (Pro 4, 5)

            “La conoscenza, per l'Antico Testamento, non si fonda soltanto su una attenta osservazione dell'uomo, del mondo e della storia, ma suppone anche un indispensabile rapporto con la fede e con i contenuti della Rivelazione. Qui si trovano le sfide che il popolo eletto ha dovuto affrontare e a cui ha dato risposta. Riflettendo su questa sua condizione, l'uomo biblico ha scoperto di non potersi comprendere se non come «essere in relazione»: con se stesso, con il popolo, con il mondo e con Dio. Questa apertura al mistero, che gli veniva dalla Rivelazione, è stata alla fine per lui la fonte di una vera conoscenza, che ha permesso alla sua ragione di immettersi in spazi di infinito, ricevendone possibilità di comprensione fino allora insperate”.

            L’uomo biblico sa di essere stato creato come esploratore (cfr Qo 1, 13). Poggiando su Dio, resta sempre proteso verso ciò che è bello, buono e vero. (Fides et ratio 20)

 

L’atteggiamento del cristiano di fronte alla scienza

            “San Paolo, nel primo capitolo della sua Lettera ai Romani, ci aiuta a meglio apprezzare quanto penetrante sia la riflessione dei Libri Sapienziali. Sviluppando un'argomentazione filosofica con linguaggio popolare, l'Apostolo esprime una profonda verità: attraverso il creato gli «occhi della mente» possono arrivare a conoscere Dio. Egli, infatti, mediante le creature fa intuire alla ragione la sua «potenza» e la sua «divinità» (cfr Rm 1, 20). Alla ragione dell'uomo, quindi, viene riconosciuta una capacità che sembra quasi superare gli stessi suoi limiti naturali: non solo essa non è confinata entro la conoscenza sensoriale, dal momento che può riflettervi sopra criticamente, ma argomentando sui dati dei sensi può anche raggiungere la causa che sta all'origine di ogni realtà sensibile. Con terminologia filosofica potremmo dire che, nell'importante testo paolino, viene affermata la capacità metafisica dell'uomo.

            Secondo l'Apostolo, nel progetto originario della creazione era prevista la capacità della ragione di oltrepassare agevolmente il dato sensibile per raggiungere l'origine stessa di tutto: il Creatore. A seguito della disobbedienza con la quale l'uomo scelse di porre se stesso in piena e assoluta autonomia rispetto a Colui che lo aveva creato, questa facilità di risalita a Dio creatore è venuta meno.

            Il Libro della Genesi descrive in maniera plastica questa condizione dell'uomo, quando narra che Dio lo pose nel giardino dell'Eden, al cui centro era situato «l'albero della conoscenza del bene e del male» (2, 17). Il simbolo è chiaro: l'uomo non era in grado di discernere e decidere da sé ciò che era bene e ciò che era male, ma doveva richiamarsi a un principio superiore. La cecità dell'orgoglio illuse i nostri progenitori di essere sovrani e autonomi, e di poter prescindere dalla conoscenza derivante da Dio. Nella loro originaria disobbedienza essi coinvolsero ogni uomo e ogni donna, procurando alla ragione ferite che da allora in poi ne avrebbero ostacolato il cammino verso la piena verità. Ormai la capacità umana di conoscere la verità era offuscata dall'avversione verso Colui che della verità è fonte e origine. E ancora l'Apostolo a rivelare quanto i pensieri degli uomini, a causa del peccato, fossero diventati «vani» e i ragionamenti distorti e orientati al falso (cfr Rm 1, 21-22). Gli occhi della mente non erano ormai più capaci di vedere con chiarezza: progressivamente la ragione è rimasta prigioniera di se stessa. La venuta di Cristo è stata l'evento di salvezza che ha redento la ragione dalla sua debolezza, liberandola dai ceppi in cui essa stessa s'era imprigionata. (Fides et ratio 22)

                “Il rapporto del cristiano con la filosofia, pertanto, richiede un discernimento radicale. Nel Nuovo Testamento, soprattutto nelle Lettere di san Paolo, un dato emerge con grande chiarezza: la contrapposizione tra «la sapienza di questo mondo» e quella di Dio rivelata in Gesù Cristo. La profondità della sapienza rivelata spezza il cerchio dei nostri abituali schemi di riflessione, che non sono affatto in grado di esprimerla in maniera adeguata.

            L'inizio della prima Lettera ai Corinzi pone con radicalità questo dilemma. Il Figlio di Dio crocifisso è l'evento storico contro cui s'infrange ogni tentativo della mente di costruire su argomentazioni soltanto umane una giustificazione sufficiente del senso dell'esistenza. Il vero punto nodale, che sfida ogni filosofia, è la morte in croce di Gesù Cristo. Qui, infatti, ogni tentativo di ridurre il piano salvifico del Padre a pura logica umana è destinato al fallimento. «Dov'è il sapiente? Dov'è il dotto? Dove mai il sottile ragionatore di questo mondo? Non ha forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo?» (1 Cor 1, 20), si domanda con enfasi l'Apostolo. Per ciò che Dio vuole realizzare non è più possibile la sola sapienza dell'uomo saggio, ma è richiesto un passaggio decisivo verso l'accoglienza di una novità radicale: «Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti [...]; Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono» (1 Cor 1, 27-28). La sapienza dell'uomo rifiuta di vedere nella propria debolezza il presupposto della sua forza; ma san Paolo non esita ad affermare: «Quando sono debole, è allora che sono forte» (2 Cor 12, 10). L'uomo non riesce a comprendere come la morte possa essere fonte di vita e di amore, ma Dio ha scelto per rivelare il mistero del suo disegno di salvezza proprio ciò che la ragione considera «follia» e «scandalo». Parlando il linguaggio dei filosofi suoi contemporanei, Paolo raggiunge il culmine del suo insegnamento e del paradosso che vuole esprimere: «Dio ha scelto ciò che nel mondo [...] è nulla per ridurre a nulla le cose che sono» (1 Cor 1, 28). Per esprimere la natura della gratuità dell'amore rivelato nella croce di Cristo, l'Apostolo non ha timore di usare il linguaggio più radicale che i filosofi impiegavano nelle loro riflessioni su Dio. La ragione non può svuotare il mistero di amore che la Croce rappresenta, mentre la Croce può dare alla ragione la risposta ultima che essa cerca. Non la sapienza delle parole, ma la Parola della Sapienza è ciò che san Paolo pone come criterio di verità e, insieme, di salvezza.

            La sapienza della Croce, dunque, supera ogni limite culturale che le si voglia imporre e obbliga ad aprirsi all'universalità della verità di cui è portatrice. Quale sfida viene posta alla nostra ragione e quale vantaggio essa ne ricava se vi si arrende! La filosofia, che già da sé è in grado di riconoscere l'incessante trascendersi dell'uomo verso la verità, aiutata dalla fede può aprirsi ad accogliere nella «follia» della Croce la genuina critica a quanti si illudono di possedere la verità, imbrigliandola nelle secche di un loro sistema. Il rapporto fede e filosofia trova nella predicazione di Cristo crocifisso e risorto lo scoglio contro il quale può naufragare, ma oltre il quale può sfociare nell'oceano sconfinato della verità. Qui si mostra evidente il confine tra la ragione e la fede, ma diventa anche chiaro lo spazio in cui ambedue si possono incontrare” (Fides et ratio 23)

 

DOTTRINE FILOSOFICHE ATTUALI

 

  1. ESISTENZIALISMO: Complesso di indirizzi filosofici contemporanei che affermano il primato dell’esistenza sull’essenza e hanno per oggetto l’analisi dell’esistenza stessa intesa come categoria comprensiva di tutte le cose che sono al mondo.
  2. ECLETTISMO: Indirizzo filosofico che pretende di fondare una propria dottrina scegliendo tra le dottrine dei diversi sistemi filosofici quelle che più si prestano ad essere conciliate e fuse tra loro.
  3. STORICISMO: Indirizzo filosofico che intende esaminare le possibilità di una scienza storica garantendone l’autonomia sia dal sapere metafisico come pure da quello delle scienze della natura.
  4. POSITIVISMO: Indirizzo filosofico della seconda metà del sec. XIX che fondando la conoscenza sui fatti e rigettando ogni forma di metafisica, intendeva estendere il metodo delle scienze positive a tutti i settori dell’attività umana.
  5. NEOPOSITIVISMO: Indirizzo filosofico inaugurato dal Circolo di Vienna, secondo cui alla filosofia è affidato il compito di effettuare l’analisi del linguaggio comune e di quello scientifico.
  6. SCIENTISMO: Atteggiamento di chi subordina alle scienze empiriche ogni altra possibile attività umana.
  7. PRAGMATISMO: Indirizzo filosofico contemporaneo per il quale la funzione fondamentale dell’intelletto non è quella di consentire una conoscenza della realtà ma quella di consentire un’azione efficace su di essa.
  8. NICHILISMO: Dottrina filosofica che nega la consistenza di qualsiasi valore e l’esistenza di qualsiasi verità.
  9. RELATIVISMO: Dottrina della relatività della conoscenza contraria al dogmatismo.
  10. FENOMENISMO: Dottrina filosofica secondo la quale la nostra conoscenza è limitata al fenomeno, ossia alla rappresentazione che noi ci facciamo delle cose e nulla può dire intorno a ciò che è pensato  o alla cosa stessa.
  11. RADICALISMO: Movimento filosofico sorto in Inghilterra tra il XVIII e il XIX sec che si ispira al positivismo e all’utilitarismo e propone radicali riforme di tutte le istituzioni tradizionali.
  12. EVOLUZIONISMO: Teoria secondo la quale gli organismi oggi viventi derivano per trasformazione da altri di epoche passate. Complesso delle dottrine filosofiche scientifiche che spiegano mediante la legge dell’evoluzione la derivazione della materia di ogni tipo e forma di realtà da quella del mondo inorganico a quella del pensiero.
  13. MATERIALISMO: Dottrina filosofica secondo la quale tutta la realtà si riduce alla materia intesa come principio primo dell’universo
  14. PANTEISMO: Dottrina filosofico-religiosa, secondo cui Dio, inteso come principio supremo di unificazione, viene identificato con la natura del mondo.
  15. MARXISMO: Insieme delle dottrine filosofiche, economiche e politiche elaborate da K. Marx e F. Engels, che costituiscono la base ideologica del materialismo storico-dialettico e del comunismo.
  16. EMPIRISMO: Indirizzo filosofico secondo il quale tutti i dati della conoscenza derivano direttamente o indirettamente dall’esperienza che viene pertanto assunta come unico criterio di verità.
  17. ERMENEUTICA: E’ l'arte di interpretare ciò che un autore ha scritto, i metodi che devono essere applicati per comprendere un testo. Questa voce si concentra in modo specifico sull'ermeneutica applicata alla Bibbia, cioè sui principi che devono essere applicati per comprendere rettamente la Bibbia.

 

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Ultimo aggiornamento: 12 novembre 2021
 
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