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GIUGNO 2019

     

LA VITA ETERNA C’E’

(Mons. Aldo Forzoni parla ai giovani)

  

  

In faccia alla morte l’enigma della condizione umana diventa sommo. Non solo s’affligge l’uomo al pensiero dell’avvicinarsi del dolore e della dissoluzione del corpo, ma anche, ed anzi più ancora, per il timore che tutto finisca per sempre. Ma l’istinto del cuore lo fa giudicare rettamente quando aborrisce e respinge l’idea di una totale rovina e di un annientamento definitivo della sua persona. Il germe dell’eternità che porta in sé, irriducibile com’è alla sola natura, insorge contro la morte.

Tutti i tentativi della tecnica, per quanto utilissimi, non riescono a colmare le ansietà dell’uomo. Il prolungamento della longevità biologica non può soddisfare quel desiderio di vita ulteriore che sta dentro, invincibile, nel suo cuore. Se qualsiasi immaginazione vien meno di fronte alla morte, la Chiesa invece, istruita dalla Rivelazione divina, afferma che l’uomo è stato creato da Dio per un fine di felicità oltre i confini della miseria terrena. Inoltre la morte corporale dalla quale l’uomo sarebbe stato esentato se non avesse peccato, insegna la fede cristiana che sarà vinta quando l’uomo sarà restituito allo stato perduto per il peccato, dalla onnipotenza e misericordia del Salvatore. Dio infatti ha chiamato e chiama l’uomo a stringersi a Lui con tutta intera la sua natura in una comunione perpetua con la incorruttibile vita divina. Questa vittoria l’ha riconquistata il Cristo risorgendo alla vita, dopo aver liberato l’uomo dalla morte mediante la sua morte. Pertanto la fede, offrendo argomenti solidi a chiunque voglia riflettere, dà una risposta alle sue ansietà circa la sorte futura e al tempo stesso dà la possibilità di comunicare in Cristo con i propri cari già strappati dalla morte col dare la speranza che essi abbiano già raggiunto la vera vita presso Dio”. (G.S. 18)

E non vi sembri argomento lugubre quello di stasera e non vi sembri uno strattone alle vostre ruote, una frenata brusca all’impeto di vivere e di voler vivere e voler vivere bene, anzi, il pensiero retto e sorretto dalla speranza che la morte aumenta invece il ritmo della vita, ci fa capire l’addentellato che c’è, il rapporto strettissimo che c’è tra la zolla e il fiore se quella zolla verrà rimossa. Anzi, se vogliamo che la vita nostra sia veramente concreta, ordinata, quindi efficace, redditizia e anche bella, bisogna proprio immergersi nell’altra vita. Se non si apre questa finestra verso il cielo non si entra veramente in Paradiso. Non ci si rende conto, allora, di quel che si deve fare, come si deve fare, se non si sa perché si deve fare.

Non ho visto mai costruire una nave in mezzo al mare, né un aeroplano in cielo, né un’automobile in mezzo alla strada. I grandi piroscafi si fanno all’asciutto, gli aeroplani si fanno in terra e le automobili si fanno negli stabilimenti. Ma se si vuole che l’aereo navighi senza incidenti, se si vuole che l’automobile percorra rapida e sicura, bisogna che il progettista, e coloro che vedono il disegno del progetto, sappiano le leggi del cielo o del mare o della terra. Se non si trasferiscono nell’ambiente in cui la macchina deve esercitare la propria funzione, non è possibile che la macchina vada bene.

Ma non capisco perché l’uomo debba ricavare una remora, un freno, un rallentamento nel suo entusiasmo pensando all’altra vita: il contrario! Pensando all’ambiente, allo stato verso il quale il tempo proietta, preparandosi per tempo, renderà questa vita veramente organizzata.

Noi siamo in terra, ma dobbiamo andare in cielo: (Intendiamoci, questa terminologia è  imperfetta,  ma santo cielo! Sono argomentazioni per ridimensionare terra, cielo, qui, qua, vita di qua, vita di là: non ci creiamo complessi di terminologia! Si sa che il cielo non è il cielo stellato, si sa che l’al di là non è al di là di una porta, si sa che è uno stato diverso. Quindi, d’accordo?

Se non ci trasferiamo nell’ambiente e nello stato nel quale dobbiamo poi vivere sempre, non è possibile che noi prepariamo le lamiere della nostra nave, le fusoliere del nostro aereo, il motore della nostra macchina... Se non si sa come è vivere, come si deve vivere, non nascerà questo impegno, specialmente se si pensa alla scissione che in noi è avvenuta attraverso la concupiscenza tra i sensi e la ragione, tra quella che è la sensazione immediata del senso che si applica al suo oggetto, e l’inserimento di queste sensazioni nel piano preparato che io so; questa frattura c’è, la scissione c’è; se non sto attento mi sento trasportato con la mia anima nel mondo della sensibilità per la concupiscenza, per l’immediato, sacrificando invece ciò che è la sicurezza finale, capolavoro del creato.

Ecco la necessità di ripensare e di, come dice il Signore “Recordare novissima tua...”. “Pensa spesso alle cose ultime e non peccherai”. “Ebbene allora, lei che parla così, ci dica cosa c’è di là!”

Non ci sono mai stato, come si vede. Col pensiero ci vado spesso, ma una passeggiata in Paradiso, in Purgatorio, all’Inferno ancora non l’ho fatta, né ho, quindi, un rotolo di negative per potervi mostrare delle istantanee prese nel giardino del Paradiso... Non scherziamo! Noi abbiamo da Gesù quel che basta, abbiamo dalla rivelazione quel che basta.

Noi abbiamo tanto da felicitarci, perché quello che fa bella la vigilia non è la festa, la vigilia è bella per l’attesa, se no non sarebbe bella la festa. Quello che fa bella la nostra religiosità in questa vita è la saldezza della fede, ma è anche il vigore della speranza; è quindi l’atteggiamento di stupore che la nostra pupilla deve acquistare. Sicuro, lo stupore, che è l’atteggiamento dei bambini: “se non diventerete come bambini non entrerete nel mio regno”.           

È certo che se noi togliamo questo atteggiamento di stupore alla religiosità, togliamo il suo incanto. È Gesù che ci ammonisce a questo: “Il mio Regno è simile a dieci fanciulle che con la lampada accesa andarono incontro allo sposo”. E qui parla della morte il Signore, perché al termine dice: “Siate preparati, perché non sapete il giorno e l’ora”. In altri punti del Vangelo, volendo il Signore significare la natura di questa venuta, l’improvviso recidersi dello stelo della nostra vita, ha preso delle similitudini poco simpatiche: “Come il ladro che viene di notte, così io verrò...”, ma guardate che ha voluto colorire di tanta luce, di tanta poesia questo mistero della parabola delle dieci fanciulle. E le vedete voi, con la lampada accesa, a sera ormai fonda, il manto di quella luce morbida sul volto giovanile di quelle fanciulle, che andando a far corteo a una compagna già pregustano per sé il giorno in cui altre loro compagne faranno corteo a loro... C’è tutta la poesia e tutta l’attesa: e portano l’olio con sé, perché prevedono che la veglia si potrà protrarre tanto; e l’attesa, quindi, si colorisce di entusiasmo cagionato dall’incontro con lo sposo.

La vigilia, l’attesa, che sarà?

E allora, ecco che vi porto per un viaggetto che certamente non avete fatto mai.

Gesù ha detto: “Guardate i fiori e guardate gli uccelli, da quelli imparerete che il Padre vostro sa...”. Dunque Gesù non ci manda predicatori difficili per poterci arrampicate, non fantasticare, ma introdurci con una visione di stupore, ma sempre fondata sulla verità, nel mondo che ci attende. Ci manda predicatori molto facili, perché predicatori fatti direttamente da Dio: i fiori, gli uccelli, cioè la natura. Se i fiori e gli uccelli sono capaci di richiamare alla mia mente la realtà di un Padre che li nutre, che pensa ai suoi obblighi e ai suoi doveri, che ha dato la vita e sa conservare la specie, ha dato il corpo e sa dare anche l’anima, mi domando se mia madre non può essere un libro almeno alla pari di un fiore o alla pari di una farfalla, o di un uccelletto, che mi possa dire quanto sa, sempre analogicamente, di quello che mi aspetta.

E non mi aspetto da voi il permesso di poter leggere da mia madre, me lo son già preso da me. E allora guardate vostra madre e ritornate indietro tanto quanto basta per essere dentro di lei, durante i nove mesi nei quali ella vi fece, e cercate con la vostra intelligenza di oggi di stare là dentro dove steste, dove stemmo, senza consapevolezza.

Cosa facemmo in quei nove mesi? Nulla. Cosa fu fatto? Molto. Cosa avvenne? Quello che sono. Come? In un misterioso congegno per il funzionamento del quale non era chiesta la libertà di mia madre, né la mia. Una volta messo in movimento, quel congegno si sviluppò da sé, andò da sé. Meno male!

Noi siamo là dentro con la nostra intelligenza, con il nostro diploma, con la nostra laurea, con la nostra prosopopea. Siamo là dentro e sentiamo dire che fuori c’è un mondo grande, c’è un mondo bello, un mondo attraente, un mondo nel quale si parla di luce, di colori, di suoni, di temperatura, di cose dense e morbide, di cose gustose e saporite, di profumi. - Chissà, queste cose — ci domandiamo dentro — saranno vere o saranno tutte fandonie? Perché qui dentro non c’è né luce, né sapori, né profumi, né densità, né spazio, né suoni... Sentiamo una voce che dice: “ No, no, no, son tutte trappole, son tutte idee per disturbarvi dal vostro compito che è quello di star qui dentro quiete quiete, son tutte distrazioni, son tutti argomenti che vogliono impoverirvi e farvi perdere un sacco di tempo in cose che non hanno valore !”.

Quali sarebbero le cose che noi qui, in questi nove mesi, costruiamo e che non hanno valore ? “ Per esempio - dice la stessa voce, che io direi materialista -gli occhi: tutto questo consumo di energia delicatissima, per farvi uscire dall’ambiente in cui state, per darvi la rete ottica e tutto quel congegno....” “ Ah, ma mi dicono che di là c’è la luce.      Ma che di là e non di là ! Qui cosa c’è ?... È tutta fatica sprecata... e tutto questo canto che fa la vita gioiosa, tutti questi congegni che voi dite servono per recepire le vibrazioni elastiche, quindi sentire i suoni, son tutte perdite di tempo: qui conta soltanto il tubo digerente, il resto è tutto fandonie, perché qui non c’è né suono, né luce né spazio né colori né sapori, e quindi è tutta una vita sprecata, è questo che conta !”.

“ Ma mi han detto che di là ci sarà

Se foste stati legati, nello sviluppo del vostro organismo, alla vostra libertà, nessuno di voi sarebbe nato sano, perché più o meno saremmo stati tutti influenzati da questa seconda voce, per cui , senza dir di no alla prima, avremmo detto “ni” e, come sempre, i piedi in due staffe: mezzi occhi, mezzo orecchio, mezzo cuore, una gamba sola.... Saremmo nati così; un po’ di sì e un po’ di no, tanto per restare sulla bilancia. Meno male che le cose andarono per conto proprio!

Ed è venuta la morte. Come, la morte ?! Sì: siamo usciti di là, né ci torneremo più. Usciti di là, siamo morti a quella vita. E nel Prefazio della Messa dei defunti è scritto proprio questo: “Ai tuoi fedeli, Signore, la vita è mutata, non è tolta”. Come noi non morimmo uscendo di là, ma subimmo una trasformazione, una mutazione di fase, un progresso, così quando usciremo di qua.

La morte non esiste, esiste un cambiamento di fatto.

Ora, carissimi, quello che la natura ha fatto automaticamente nel seno materno, s’è visto che l’ha fatto bene; la natura non si è ingannata. Agli occhi ora si scopre la luce, all’organo uditivo si scoprono le vibrazioni elastiche e noi sentiamo, al palato si scopre il sapore dei frutti e delle pietanze, al nostro naso si sposa il profumo dei fiori e delle cose e ai nostri arti si sposa lo spazio per cui corriamo, per cui possiamo muoverci. Tutto va bene. Si vede come il perfetto funzionamento di quei nove mesi oggi costituisce il perfetto funzionamento della nostra vita.

Da questo grembo materno dobbiamo uscire; dobbiamo morire a questo stato e nascere a un nuovo stato.

Ma qui le cose sono molto più delicate, perché ora il funzionamento della macchina, meglio, la preparazione del nuovo organismo, dipende da noi, e qui sta il guaio. Ma che guaio; non è un guaio ! Il “ni” non si può dire, perché l’ha detto Lui: “Non si può servire a due padroni: chi non è con me è contro di me. Chi non raccoglie con me disperde”. L’equilibrismo non si può fare; equilibrio sì, ma equilibrismo no. Un po’ di preghiera in Chiesa e un po’ di trucco nel mestiere, un po’ di confessione e un po’ di vita libera non si può fare. Avverrà, per debolezza; avverrà, per quello che è la nostra incostanza, ma per calcolo non si può fare. Ora tutto l’apparato delle virtù: fede, speranza e carità, la prudenza, la giustizia, la fortezza e la temperanza, sono legate alla mia volontà.

Gli occhi e le orecchie, il cuore e le gambe, mia mamma me le ha fatte senza saperlo e senza che io lo sapessi, ma ora nulla si farà in me, per la vita futura, senza che io lo sappia e lo voglia; perché sono io che dispongo, io che debbo esercitarle, io che debbo affermarmi, e per poterlo fare debbo superare tanti ostacoli che vengono dal mio interno che è concupiscente e ignorante.

e l’esterno che è tentatore. Io devo impegnarmi; ma non posso impegnarmi se non sono sicuro.

Mia mamma senza saperlo ha sacrificato le parti più bella di sé per darle a me, e lei sfioriva esternamente, e io fiorivo dentro di lei. Ora invece io devo sfiorire. Ma per far questo, per essere come Lorenzo sui carboni accesi, per essere come Stefano sotto una grandine di sassi, essere come Agnese, come Cecilia, come Tarcisio, come Sebastiano, mi ci vuole la certezza: se non sono sicuro non spendo, non spendo! Ecco perché a volte siamo così incerti, tentennoni, così immischiati nel compromesso, così pasticcioni... Perché non abbiamo, come Cristoforo Colombo, la terra nella mente.

“Tu ci porti a morire, tu ci porti qui per i tuoi capricci!” e si ammutinò la ciurma; e un solo uomo in mezzo all’Oceano, con la sicurezza dei suoi calcoli, seppe come galvanizzarli, come ipnotizzarli, assoggettarli: “La terra c’è!” “Ma qui c’è l’acqua e c’è l’immobilità !” “La terra c’è !”. E andarono, e la terra c’era.

Ci vuole questa pazzia qui, ci vuole questa follia qui, questa certezza qui; una fede talmente massiccia da diventare esperienza; una sicurezza maggiore della scienza: l’ha detto Iddio, e se io credo agli uomini, non debbo credere a Dio?

“Io so in chi ho posto la mia fede” dice l’Apostolo Paolo “io ho corso la mia corsa e combattuto la buona battaglia, non ho fatto mai a pugni con l’aria perché ho sempre indirizzato i miei colpi al bersaglio sicuro”. Se non c’è questa visione, certo non si può vivere cristianamente, perché è difficile a noi. Noi siamo chiamati a seguire la stoltezza per i Greci e lo scandalo per gli Ebrei: la croce.

Non è vero che il cristiano sia sempre condannato alla musoneria, anzi, deve vivere nella maggior letizia, ma una letizia che sia nella libertà, una libertà che sia nella povertà, una povertà che sia nell’umiltà che è conoscenza della verità.

Ora, la morte ci porta a queste considerazioni.

Guardate che alla rampa sta attaccato il missile, e in cima al missile sta la capsula; per una capsula abbastanza piccola o relativamente grande, c’è un missilone che non finisce più e c’è tanto carburante. E una volta acceso, e una volta uscito dalla rampa, il missile va su; e voi vedete le nostre età: e s’incendia, e si consuma il primo stadio - l’infanzia. E la capsula si alza e l’orizzonte si allarga, l’adolescente vede, intravede, attratto dalla fantasia, da tante cose, e intanto si consuma ed entra nel secondo stadio: è la giovinezza. Nuovi traguardi, prospettive nuove, poesia nuova. E intanto la capsula va su, e gli stadi cadono: carburante che si è consumato, tempo che se n’è andato; vita che si è consumata, diciamo noi. E poi arriva, finalmente, senza più stadi: è sola la capsula, e va nell’orbita da sé, libera.

Arriverà il momento, carissimi. Ma se vogliamo navigare senza incertezze dobbiamo, ora che siamo attaccati alla rampa, lavorare senza incertezze e senza compromessi.

“ Ma insomma, ancora non ci ha detto cosa ci attende di là !” “ Di qua cosa ci aspettava? Lacrime e sospiri...“ Via, non fare il retorico!...” “ Lavoro e tribolazioni. ..” “Non fare l’esagerato, che sei il primo tu ad aver paura di morire, e in questa valle di lacrime ci piangi così volentieri !”. Di qua ti aspettava tua madre, ti aspettava la tua famiglia; eri appena concepito che si parlava di te in casa, ed eri atteso, e si fecero un sacco di preparativi per la tua apparizione, e quando entrasti nella casa fosti il reuccio, la reginetta: comandavi tu; polarizzavi tutto intorno a te, tutte le cose, tutte le persone, e fosti tu l’oggetto di tanti sorrisi, di tante carezze.

Fatevi raccontare da vostra mamma, abbiate questa curiosità, prima che questa vita di ricordi si spenga, si chiuda al vostro sguardo; leggete, non vi private della conoscenza degli anni più belli.

Fatti raccontare alcune cose, e quello che non riesce a immaginarti, guardalo nelle mamme che vanno a passeggio coi bambini nel carrozzino o che li portano in braccio, e in loro vedi te, in braccio alla tua mamma. Domanda a tua madre da dove venisti.

Oh, speriamo che tua mamma sia gentile, abbia un animo retto, e che ti dica quello che la mia mamma ha detto a me: “bambino mio, mi domandi che cosa ho fatto in quei nove mesi. Oh, tante cose facevo, ma, per me ? Per te ! Ti aspettavo !”. Ma io volevo sapere qualche altra cosa: “ Ebbene, te la dirò; tante volte ti volevo abbracciare e baciare, ti avevo dentro, eppure tanto lontano! Volevo abbracciare te e abbracciavo me. Per poterti abbracciare bisognava che tu venissi fuori, alla luce”.

Ah, dunque ero tanto vicino ed ero tanto lontano! “In Dio sono, mi muovo e vivo” dice l’Apostolo Paolo. Ma siamo tanto lontani ! Non lo vediamo. Per poterlo vedere, per poter essere accarezzati da Lui, per poter fissare i nostri occhi nei Suoi, bisogna uscire, ci aspetta Lui per questo: questa è la morte!

Abbiamo trovato nostra madre, nostro padre, la casa, i parenti, tutto il calore della nostra famiglia. E questo ci attende.

Ma certo che, usciti che saremo da questo stato per entrare in un altro stato di vita eterna - e sottolineate “vita”, e sottolineate “eterna”, avremo un altro organismo. Perché quando mio padre venne a vedermi appena nato - dice mia mamma - (e vostro padre avrà fatto lo stesso), nel pieno vigore dei suoi 33 anni, mi voleva abbracciare, ma non lo fece: meno male ! E prese le coltri, e scaricò sul letto le sue forze, e su me depose un bacio leggero leggero. Meno male! Se no qui a farvi la predica non c’ero certo stasera!

E Dio in questa vita fa lo stesso. Quante volte ci bacia, ma ci bacia leggero leggero, perché il nostro frale è così gracile, il nostro scafandro, la nostra costituzione è così debole, che non lo può tollerare.

'Teresa D’Avila colpita dalla freccia del cherubino cadde in estasi, Gemma Galgani al bacio di Gesù cadeva in estasi. Ma quando noi entreremo nella Vita e saremo nella perfetta somiglianza Sua, Dio non farà più complimenti, non scaricherà più la Sua forza in altro modo per darci un bacio leggero leggero; da pari a pari ci abbraccerà e ci stringerà. Ma se la nostra statura non sarà forte di carità, l’abbraccio sarà soffocante, non sarà inebriante. Questo è per me il Purgatorio: l’anima che esce da questo stato non perfetta - ha detto “sì”, se no non sarebbe in grazia di Dio, ma un sì con tante impurità, un sì con tante riserve, un sì con tante clausole, un sì con tanti occhiolini alle vetrine c alle ambizioni... Allora quest’anima non è ricca di virtù, di charitas, - è nella semplicità dello spirito ed è nella Vita, però non è nella floridezza -, quell’abbraccio che Dio le dà, lei lo soffre, non lo gode.

Ma l’anima che entra pura, che in questa vita tutto ha goduto e tutto ha gradito ‘in charitas’: “Sia che tu mangi, che tu beva e qualunque altra cosa tu faccia, in pensieri ed opere, tutto fai a gloria di Dio”; un’anima che in questa vita ha lavorato, ha sofferto, si è riposata, si è ricreata, ha mangiato, ha dormito, ha pianto, ha riso, ma tutto l’ha fatto nel contesto della volontà di Dio, quest’anima è abbracciata da pari a pari.

Se mio papà mi avesse abbracciato con la sua forza appena io ero nato, mi avrebbe affettuosissimamente soffocato, ma quando mi abbracciò ai miei ventott’anni, quando scendevo dall’altare della mia prima Messa, il suo abbraccio non mi fece affatto male, mi fece, invece, un sacco di bene!

Carissimi, la morte è così. Ecco perché Francesco d’Assisi non si spaventa, e mentre loda il Signore per il sole, le stelle e l’acqua, il vento e il fuoco, lo loda per “sora nostra morte corporale dalla quale nessun vivente può scampare”.

 

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Ultimo aggiornamento: 6 giugno 2020
 
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