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APRILE 2005

     

 

I nostri figli e la televisione

Bruno Ferrero elle di ci leumann TO

La televisione ci rende più violenti?

Soprattutto la violenza della cronaca, dei telegiornali, è pericolosa.

La scena violenta di un film ha un'influenza minima, perché anche gli spettatori più giovani sanno benissimo che si tratta di una finzione scenica, dove le pallottole sono finte e il sangue è vernice rossa. Ma nei notiziari televisivi la violenza è autentica.

Spesso i cronisti della tv trattano con troppa dovizia di particolari gli episodi violenti e li espongono con dettagli esagerati.

L'informazione deve essere completa, ma non può diventare esaltazione o compiacenza dei particolari, per suscitare la morbosità del pubblico.

La violenza televisiva è più inquietante anche per un altro motivo. La tv porta gli spettacoli di violenza in casa, nel momento in cui si è più indifesi. Aggressioni, rapimenti, crimini, attentati ci vengono a trovare mentre ceniamo o sonnecchiamo. La violenza entra a far parte della vita quotidiani e si rischia di diventare insensibili ad essa. «Toh, ne hanno ammazzati altri tre... buona questa bistecca... che disastri quella bomba... mi dai ancora un po' d'insalata?».

Potrebbe accadere. Forse sta già accadendo.

Solo catastrofe in tv

In altri due campi, la televisione manifesta chiaramente la sua influenza negativa: nella visione del mondo o della struttura sociale. L'effetto più vistoso nel primo campo è che la televisione concede molto più spazio a ciò che è accidentale, drammatico, strano, che non a ciò che è corrente e normale.

Un notiziario televisivo è spesso una somma di catastrofi. La vita ordinaria, quella dei miliardi di uomini e donne che silenziosamente, con fatica e tenacia, mandano avanti il mondo, non va in tv. Non «fa spettacolo». Agli occhi degli spettatori più deboli e dei ragazzi, una vita ordinaria di lavoro si trasforma in una vita «inutile».

Lo spettacolare come valore supremo, diviene supremazia dell'anormale, dell'inquietudine, dei gesti più pazzeschi e pericolosi. Non interessa a nessuno che un giovane abbia lavorato 8 ore in fabbrica e poi si sia fatto ancora 4 ore come volontario su un'autoambulanza. Ma il ragazzotto «terrorista» che ha tentato di far saltare un treno, sorride dai teleschermi a casa di tutti con nome, cognome, intervista alla mamma e ad un cugino di secondo grado.

Quello che avviene per i fatti avviene anche per le persone. Per la televisione contano di più le persone «spettacolari». A chi la televisione conferisce o riconosce la posizione di prestigio? Occasionalmente accetta di puntare il suo obiettivo su uno scrittore, un politico, un industriale, un inventore. Operai e contadini non appaiono mai in tv, come protagonisti.

«Non contano».

Ma in genere il piccolo schermo è la passerella dorata di presentatori, attori, comici, showman, cantanti. Tutti cioè i degni rappresentanti del divismo. La televisione è una creatrice di «divi».

La parola significa «dèi». E come tali si comportano. Acquistano prestigio e fortuna, denaro. Il denaro che confluisce verso il divo non ha mai impurità, e non gli viene mai rimproverato come succede talvolta per gli uomini d'affari, e per gli industriali.

Anche í disordini della vita privata che, per altri, sarebbero causa di discredito, sono per loro fattori di promozione e di vanto.

Un «dio» non può certo venire giudicato.

Ma Fleming è un cantante?

«Quelli che vanno regolarmente in tivù» diventano gli uomini che contano nella società.

Un'inchiesta condotta nel gennaio 1969 tra gli studenti della facoltà di scienze di Poitiers stabilì che, su 147 soggetti interrogati, 107 ignoravano il nome di Fleming, inventore della penicillina, mentre 108 conoscevano il vero nome di Johnny Hallyday, cioè Smet. Del resto alla domanda: «Chi fondò la Giovane Italia?» un ragazzino convinto rispose: «Giuseppe Mazinga».

Se la scala di valori stabilita dalla televisione dovesse imporsi, allora i valori più importanti sarebbero sempre più quelli della distrazione e dello spettacolo e nella vita degli individui conterebbe solo più «quello che piace». Ai giovani in cerca d'avvenire, il successo totale, apparentemente così facile e rapido del divo, sembra fatto apposta per scoraggiare gli sforzi che sono necessari per salire pazientemente le scale faticose del realizzarsi uomini adulti e responsabili.

Un'altra cosa è certa: la televisione ci sta rendendo tutti più pessimisti. Le notizie più ambite dai telegiornali sono quelle tragiche, i drammi (come quello del bambino nel pozzo a Vermicino) attirano milioni di persone davanti al teleschermo. La tv ingrandisce le catastrofi e le stragi.

Ho sentito un ragazzino spettatore di un terrificante incidente stradale che aveva provocato la morte di quattro persone, dire convinto: «Era proprio come alla televisione». La tv è l'apparecchio «dei guai», del pessimismo. Non si dice mai «È proprio come in televisione di fronte a un ciuffetto di fiori che lentamente sboccia in un prato.

Anche per questi problemi l'unica soluzione veramente praticabile è quella «educativa». Ed una educazione in un certo senso preventiva.

«Lascia la serietà fuori dalla vita dei bambini, almeno per una parte del giorno», scrive Wayne Dyer. «Preoccupati un po' di più di divertirti con loro, di giocare, di godere insieme della vita, anziché sempre lavorare, lavorare, lavorare. Un bambino deve essere incoraggiato a ridere molto, a scherzare e giocare e a coinvolgere i genitori nel suo divertimento. Sviluppare il senso dell'umorismo, ridere e divertirsi è un modo efficace per unire te e i tuoi figli in un legame d'amore superiore a quello fondato su un approccio serio alla vita».

Allo stesso modo, i bambini devono essere aiutati ad imparare la tenerezza e la delicatezza, ad apprezzare il bello, scoprire l'essenziale e il vero.

«Avvicinali alla natura più che puoi», afferma ancora Wayne Dyer. «La natura è un rimedio efficace contro l'ansia, sia per te che per i bambini. Portarli all'aria aperta è un modo meraviglioso per insegnare loro a liberarsi per sempre dall'ansia. Fate un campeggio libero. Passeggiate lungo un sentiero senza parlare di scuola. Seduti in una barca ammirate la bellezza di un lago, di uno stagno, di un fiume, del mare. Uscite il più possibile. Una passeggiata in un parco cittadino o per le strade del vostro quartiere è sufficiente per allentare la tensione. Ho notato che i miei piccoli piangono molto meno quando li porto fuori. Sorridono molto più sull'erba che sul tappeto di casa. I bambini piccoli desiderano con tutte le loro forze il contatto con la natura e tu devi rafforzare in loro l'amore e un sano rispetto per ogni fenomeno naturale».


 

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Ultimo aggiornamento: 26 aprile 2012
 
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