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MARZO 2005

     

I nostri figli e la televisione

Bruno Ferrero elle di ci leumann TO

I bambini possono vedere tutti i programmi?

«Ma mamma, lo vedono tutti!». È la frase che i ragazzi sanno usare a colpo sicuro per «smontare» i genitori che cercano di imporre loro l'esclusione di determinati programmi.

È indispensabile che i genitori sappiano rispondere ad un'obiezione ricattatoria di questo tipo. È indubbio che la presenza in casa della televisione ha contribuito alla sensazione così diffusa tra i genitori d'oggi, di aver perso il controllo dei figli. In parte è vero.

Un bambino di undici anni ammette con sconcertante disinvoltura:

«Mia madre rimarrebbe sconvolta se venisse a sapere ciò che so io; non vorrei che lei pensasse che sono perverso o qualcosa del genere; perciò non desidero che sappia le cose che io vedo».

Un ragazzo di dodici anni informa:

«I miei genitori non vogliono che io veda un certo spettacolo che essi non ritengono adatto per me; ma io lo vado sempre a vedere in casa di un mio amico».

Una proibizione autoritaria non serve molto. Si tratta di applicare anche in questo caso il ragionamento che abbiamo proposto all'inizio: quello che c'è intorno alla televisione conti più del televisore stesso. È essenziale che i figli apprendano dei valori profondamente condivisi dalla famiglia, dei valori che diventano le radici del loro modo di giudicare e di agire Questi valori sono insegnati dai genitori che indicano chiaramente quali programmi e perché «nella nostra famiglia non si vedono».

Naturalmente si richiede coerenza: a molti genitori piacciono proprio quei programmi che per nessuna ragione vogliono lasciar vedere ai propri figli...

I figli devono essere preparati ad affrontare la vita con gradualità, con molto amore e rispetto. Non sempre vale il principio che uno buttato in acqua impara a nuotare; ogni tanto qualcuno annega.

Prima di essere liberi, i ragazzi devono essere fortificati. Metterli improvvisamente di fronte ad uno spettacolo per adulti, sconvolgente, eventualmente malsano, volgare, morboso o crudele è un rischio che non si può e non si deve cor­rere.

Una saggia disciplina televisiva (sempre giustificata, na­turalmente) fa capire, per esempio, ai ragazzi che esistono dei limiti alla loro libertà. È un addestramento necessario. Si tratta di imparare a riflettere, a ragionare, a resistere ai propri impulsi.

I figli naturalmente si ribellano. Ma non lo fanno anche per lavarsi le mani prima di mangiare? Tuttavia i genitori rie­scono a farsi ubbidire. La televisione rientra nel contesto delle leggi familiari che si devono rispettare. I figli apprezzano la fermezza dei genitori, perché amano sapere le regole con cui «si gioca» nella vita. La permissività è fonte di incertezza e insicurezza.

Tutto questo vale anche per due punti dell'educazione let­teralmente disintegrati dalla televisione: il pudore e le buone maniere. Entrambi fanno parte del capitolo «Come si domi­nano i propri istinti».

Si può ipotizzare una società i cui membri non sanno do­minare i propri istinti? La civiltà non può esistere senza il controllo degli istinti, specialmente dell'istinto dell'aggres­sione e di quello della gratificazione immediata.

La televisione sommerge i bambini con materiali di ogni tipo. Senza distinguere l'irregolare e il perverso dal norma­le, senza farsi problema se uno spettacolo è visto da bambini o da adulti.

I bambini vengono quotidianamente messi a contatto con situazioni scabrose, parolacce, oscenità, atteggiamenti cinici e brutali.

Fin da piccoli perciò i bambini devono essere «armati» con­tro i comportamenti devianti: devono saperli distinguere e giu­dicare. Non risolvono nulla un silenzio imbarazzato o un tar­divo cambio del programma da parte dei genitori.

I valori si trasmettono soprattutto per via affettiva. Il ve­ro problema, insomma, è il bambino abbandonato davanti al televisore.

I1 bambino fluttuante

Uno dei «quattro argomenti per eliminare la televisione di Jerry Mander suona così: «Gli esseri umani vengono spostati in ambienti totalmente artificiali, il nostro contatto diretto con il pianeta e la nostra conoscenza di esso vengono meno. Non più collegati, simili ad astronauti fluttuanti nelle spazio, non riusciamo a distinguere 1'insù dall'ingiù o il vere dal falso.

La televisione assorbe lo spettatore, lo «astrae» dal contesto, fa sparire le distinzioni tra bello e brutto, buono e cattivo, attraente e repellente. Il bambino dimenticato per troppe ore davanti al teleschermo «fluttua» in mezzo a valori veri e falsi senza avere un criterio per distinguerli.

I bambini troppo precocemente autonomi o abbandonati davanti alla televisione sono in realtà degli esseri infelici e privi d'affetto, che i genitori si tolgono d'attorno dando loro un po' di denaro. Sono vittime dell'«adultocentrismo» nate dalla liberalizzazione dei costumi, e diventano in seguito adolescenti disorientati che hanno più bisogno di balie che di professori. «Ma che madri hanno avuto», si chiede un insegnante dell'ultimo anno del liceo, «per richiedere, come gattini frustrati, tante carezze?». Ribellioni e fughe diventano allora mezzi estremi per costringere i genitori ad interessarsi finalmente della loro prole.

Siamo incamminati verso una società disarticolata in cui il bambino diventa un importuno e dove ognuno vuole conoscere solo la propria indipendenza, il proprio benessere e 1a propria maturazione intellettuale. Un'animatrice di colonie estive constata che soltanto un terzo dei bambini del suo gruppo sono stati mandati da genitori che lavorano durante una parte dell'estate e che non potrebbero dar loro, in questo periodo dell'anno, buone condizioni di distensione. Questi bambini hanno buoni vestiti, ricevono regolarmente posta e hanno solo un po' di denaro per le spese minute. Ma gli altri due terzi sono «scaraventati in colonia» perché danno fastidio a genitori che non sanno che farsene dei loro rampolli. «Questi bambini riceveranno pochissima posta, avranno un corredo insufficiente, ma molto denaro. Sentendosi esclusi, aggiunge l'animatrice, fanno il diavolo a quattro, come per vendicarsi».

È chiaro che la televisione inserita in questo contesto diventa l'unica vera fonte di piacere e di soddisfazione, una specie di biberon e poi di amico fedele.

È frequente anche oggi il «bambino d'appartamento». Si tratta di un esemplare qualitativamente diverso dal «bambino ruspante» di un tempo.

I bambini piccoli stanno rinchiusi tutto il giorno in casa con pochi amichetti e poco da fare. Questo vale per tutte le classi sociali. Poche sono le case che forniscono alle menti e ai corpi dei bambini l'esercizio di cui essi hanno bisogno. Ne potete vedere i risultati nel vostro supermarket: piccoli esseri permalosi, spossati ed annoiati della mancanza di attività, che fanno diventare matte le mamme. Eppure riescono a guardare la televisione per ore apparentemente senza stancarsi.

Il rischio è doppio.

La televisione diventa la loro evasione: un modo di sfuggire ad una realtà insoddisfacente e noiosa. Può diventare un'abitudine pericolosa. Il bambino ha bisogno di imparare ad affrontare la realtà, non a sfuggirla.

Il bambino diventa presto anche un telespettatore felice. Un piccolo eremita passivo. Si abitua a guardare, non a fare. Si innesta qui il discorso del divismo.

L'adorazione dei divi non è pura ammirazione. È una sorta di identificazione: bambini e ragazzi vivono le avventure, i successi, le esperienze scintillanti dei divi preferiti come fossero le loro. È, in fondo, un «vivere per procura». In confronto alla vita brillante dei divi e degli eroi della televisione, però, impallidisce la vita «normale» di tutti i giorni. Così, ragazzi che hanno una vita perfettamente tranquilla, con genitori che li amano e lavorano per loro, pensano di avere una «famiglia noiosa» perché «qui non succede mai niente».

Christiane Collange suggerisce di usare degli spot pubblicitari di stile televisivo per far sentire ai bambini la presenza dei genitori, che sono i grandi sponsor della loro vita con gli annessi e i connessi. Spot pubblicitari del tipo: «Bisogna essere gentili con papà e mamma», «Di papà ce n'è uno solo, di mamma pure, tanto vale trattarli bene se volete servirvene a lungo».

I figli non possono trasformarsi in «pascià» perennemente seduti davanti ad un televisore. Devono partecipare alla vita familiare con piccole incombenze e responsabilità. Ma anche con la possibilità di giocare e muoversi. Sono pochi i ragazzi che scelgono la televisione se l'alternativa è giocare con degli amici.

(continua al numero successivo)


 

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Ultimo aggiornamento: 26 aprile 2012
 
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