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GIUGNO 2021

     

 (Continua la storia di Maria Luisa)

IL PRIMO INNAMORAMENTO

Il Ragazzo che aveva mostrato interesse per me aveva preso la mia mente, non vedevo più i film con tranquillità, non solo, ma non stavo tranquilla nemmeno a casa o a scuola perché pensavo a lui.

            Di lui non sapevo niente. La signora si era accorta, ma non diceva niente. Dentro di me ero turbata da tante cose che riguardavano la mia situazione e le mie condizioni, e quando ricevevo rimproveri o botte mi risentivo ancor più, forse perché ero più grande e capivo di più.

            Questo giovane che mi corteggiava, i complimenti che ricevevo dalle persone, perché mi ero fatta bellina come io stesso costatavo, l’andare dalle nipoti della signora e il vedermi a scuola più sviluppata delle altre, nel petto e nel resto, il fatto che non potevo essere a casa mia, anche se così non avrei più potuto vedere il mio ammiratore, tutto mi pesava tanto, mi complessava talmente che una volta presa dallo sconforto, più che altro per risentimento verso la signora Anna e il suo comportamento, arrivai persino a pensare di farla finita per sempre. Come una stupida  ingoiai del veleno in polvere per scarafaggi, che la signora teneva in casa, poco in verità, perché non successe proprio niente e nessuno seppe niente, anche se le mie incertezze, le mie insicurezze, continuarono ad esserci sempre in fondo al mio animo.

            Venne l’estate, finì la scuola e fui promossa in quarta elementare.

Finì anche lo svago del cinema perché, come al solito, chiudeva per ferie e noi andammo in villeggiatura. Quei mesi passarono come al solito. La signora Anna con la schiena stava meglio. Il lavoro non mi mancava, tra la casa, le terrazza e le piante. Il tempo trascorreva lentamente, o almeno a me sembrava così, ma non vedevo l’ora che finissero quei mesi per poter tornare a Catania per poter rivedere il mio “Lui”—cosi lo chiamavo. Quando potevo mi immergevo nei miei sogni romantici e piacevoli.

Bene o male finì anche quell’estate. Tornammo a Catania. Nel frattempo mio fratello Gianni era uscito dal collegio. Ne fui contenta per lui. Aveva preso la licenza della terza media e subito si mise a lavorare come aiuto banconista in un bar. Io tornai a scuola e … anche al cinema.

Ricordo la prima sera che ci andammo. Provai un’emozione grande perché quando entrammo il “lui” era davanti alla cabina di proiezione. Vedendomi esclamò: Oh!, chi si rivede! Bastò questo per arrossire come un papavero. La signora a questo punto mi guardò e mi sorrise. Il tempo passava piuttosto monotono. Io più tempo passva e più mi rendevo conto che non ce la facevo a compiere bene tutte le cose che dovevo fare. La signora Anna era molto esigente, e, se quello che facevo non le piaceva, me lo faceva rifare, e questo mi seccava enormemente anche perché le sue pretese erano snervanti. Poi non parliamo degli extra fuori casa. Comunque a parte tutto questo, notavo che il seno mi cresceva sempre di più, i fianchi mi si arrotondavano e mi facevo sempre più bellina. Ricordo che quando ero da sola a casa, mi provavo i cappelli della signora e mi ammiravo allo specchio notando che mi stavano tanto bene. A me piacevano tanto, soprattutto quelli con la veletta davanti al viso. Poi li rimettevo tutti al loro posto per paura che la signora si accorgesse che io li avevo provati. A volte mi sbizzarrivo a provarmi le scarpe con il tacco, o a mettermi il rossetto sulle labbra, anche se non ne avevo bisogno perché avevo le labbra che sembravano “pitturate”. Così mi dicevano tutti. Una volta la bidella della scuola mi fermò dicendomi: “Ma come, ti metti il rossetto?” Io dissi di no, naturalmente, e lei incredula,  sempre a affermare che ero bugiarda. Non voleva credere, e preso un fazzoletto me lo passò sulle labbra. Il fazzoletto rimase pulito, e finalmente si convinse.

Nel mese di ottobre Pierina partorì una bella bambina, che chiamarono Nerina.

UN GRANDE DOLORE

            Purtroppo nemmeno a un mese di distanza da quella nascita, nella mia famiglia ci fu un grande lutto. Era il 23 di novembre del 1955. Io mi ritiravo dalla scuola, pressappoco erano le dodici e trenta quando entrai in quel grande portone di via Umberto e vidi che scendeva le scale Enza, la figlia più piccola della nostra vicina di casa e le chiesi: “Come mai sei venuta?” Lei non rispose subito, non sapeva come iniziare a parlare, alla mia insistenza lei disse tutto di un fiato: “È morto tuo padre”. Ricordo che mi cadde la cartella dalle mani e guardavo Enza con gli occhi sgranati e dicevo: “No, no,no non può essere. Mi sembrava un incubo da cui mi volevo svegliare e non potevo. Chiesi cosa era successo e in poche parole mi disse che si trovava per strada, ubriaco, e una macchina lo aveva investito.

La signora Anna mi chiamava dal pianerottolo, la sua voce mi scosse e io salii le scale di corsa e dissi alla signora che volevo andare subito all’ospedale per vedere mio padre. Facevo tutto ciò piangendo disperatamente, però era un pianto più interno che esterno. La signora ebbe il coraggio di dirmi: Prima mangi, fai la cucina e poi te ne vai. Io le dissi che non avevo fame e che preferivo andarmene subito, ma lei dura come al solito replicò: “Fai la cucina e te ne vai”. Al che capii che era inutile insistere e così feci. Però mentre facevo la cucina piangevo in silenzio, le lacrime mi scendevano lungo il viso e mi annebbiavano la vista. Oltre al dolore per mio padre, avevo tanta rabbia dentro di me, che credevo di scoppiare da un momento all’altro. Odiavo in quel momento la signora Anna come non mai. Finalmente finii di fare quella maledetta cucina e me ne andai di corsa. Feci tutta la strada, dal portone fino all’ospedale  correndo.

Attraversavo senza guardare se passassero macchine,  e dietro le mie spalle sentivo frenate e suoni di clacson. All’ingresso dell’ospedale, il portiere mi fece cenno di fermarmi, ma ero talmente agitata girai per più volte su me stessa e stavo per cadere. Mi venne in aiuto il portiere, e scuotendomi, mi chiedeva cosa mi era successo, ma io con la voce tremante riuscivo a dire: “Mio padre!, mio padre!, mio padre!” “Cosa tuo padre, chi è? Cosa gli è successo?” “E’ morto, è morto”. “Come si chiama?” e sentendo il suo nome capì tutto, perché mio padre era ben conosciuto da tutti, per i suoi continui ricoveri, e per brav’uomo che era.

Io mi ero un po’ calmata, e iniziai a gironzolare per tutto l’ospedale non indovinando l’indicazione che tutti mi davano. Alla fine trovai il reparto dove di solito mio padre veniva ricoverato. Ero tutta infreddolita, si presentò una suora e sapendo che ero un’altra figlia, quando mi vide esclamò: “Ma guarda un po’ che figli belli aveva Rosario! Una più bella dell’altra”. Poi disse che mio padre era stato portato nella sala mortuaria. La suora mi diceva di non andare, ma dal mio sguardo, capì che io volevo vederlo. Chiamò un infermiere e mi fece accompagnare. Quando arrivammo mi accorsi che c’ero passata davanti più volte.

L’infermiere aprì la porta e mi fece entrare. Sentii un freddo gelarmi per tutto il corpo, rimasi davanti all’ingresso, e guardavo girando gli occhi per tutta la stanza. C’erano tanti corpi coperti e non sapevo dove andare. Ai miei occhi si presentò una scena impressionante. Mi fu indicato, dall’infermiere, che mio padre era alla mia destra, proprio accanto a me, mi avvicinai tremante, piano piano gli scoprii il viso. Dio! com’era pallido! Mi chinai lo baciai. Era freddo come il ghiaccio e mi vennero i brividi per tutto il corpo. Piangevo silenziosamente, avrei voluto dirgli quello che non avevo potuto mai dirgli, sia perché lo vedevo poco, e perché ero troppo timida e chiusa in me stessa. Quello che volevo dirgli era: “Papà, ti voglio tanto tanto bene. Piangevo ancora di più, perché quelle magiche parole non le aveva mai sentite da nessuno dei suoi figli, e se ne era andato senza poterle mai più sentire. Coprivo e riscoprivo il suo viso più volte, finché l’infermiere mi cinse le spalle e mi fece uscire.

Si era fatto quasi buio. Rifeci la stessa strada di prima, però lentamente, perché non avevo più la forza di prima. Strada facendo mi domandavo perché non mi avevano avvertita prima che morisse, e perché era venuta proprio Enza a dirmelo e non uno dei miei.

Passai davanti al portone della signora Anna, ma continuai diretta verso casa mia. Ero tutta infreddolita, camminavo tutta curva su me stessa. Un po’ prima di arrivare in piazza Jolanda, incontrai Gianni. Dall’aspetto capì che sapevo già  tutto. Si arrabbiò quando gli dissi che era venuta Enza a dirmelo, ma io d’impeto lo rimproverai, perché non era venuto uno di loro, però in cuor mio, ringraziavo Enza che era venuta e mi aveva dato la possibilità di rivedere mio padre per l’ultima volta. Ci incamminammo insieme verso casa in silenzio. Una volta a casa, seppi di più riguardo l’incidente. Non che lo raccontassero a me, parlavano un po’ tutti, come per rievocare l’accaduto. Dicevano che per due sere prima, avevano sentito la sua voce dalla scala che chiamava i suoi figli, con una voce che non avevano mai sentita, sembrava che venisse dall’aldilà. Povero papà chissà come soffriva! Io ascoltavo in silenzio e piangevo. Raccontavano anche, che la notte che lo portarono in ospedale, mentre saliva le scale, salutava i figli con la mano dicendo: “Addio figli miei, sento che non tornerò più”. Io soffrivo  ancora di più, perché ero l’unica che non ero stata presente per poterlo vedere vivo l’ultima volta, e poter sentire le sue ultime parole.

Dopo i funerali non ricordo quanti giorni passarono e ritornai dalla signora Anna. Avevo il cuore pieno di tristezza, non avevo nessuna voglia o forza di fare niente, quello che riuscivo a fare, lo facevo contro voglia. Poi venne Natale e andai a casa. Era il primo Natale dopo la morte di mio padre.

Non ricordo come fu che mi trovai le mutandine macchiate di sangue. Ebbi tanta paura, non sapevo niente di queste cose, anche se qualcosa l’avevo sentito dire da qualcuno, però non lo capivo. Nei cassetti trovai dei panni, ne presi uno e me lo misi. Proprio quella sera   andai da Maria. Allora le strade erano poco illuminate e quasi deserte. Paurosa com’ero, un po’ prima di arrivare, incominciai a correre, perché credevo di essere seguita, ed era vero. -- A quei tempi, accadeva frequentemente. Il pannolino l’avevo messo senza nessuno spillo, pertanto, correndo, quando ero quasi arrivata sentii che il pannolino era caduto a terra. ancora più impaurita, bussai tremante al portoncino dove abitava Maria, però non gli dissi nulla.

            Tornata dalla signora, vedendo che il sangue continuava, la misi al corrente del fatto. Accorgendosi di quanto  fossi spaventata, mi spiegò un po’ riguardo il procedimento mestruale della donna. Qualcosa capii, però ero ancora confusa come prima. Passò anche questa, e col passare del tempo, mi abituai a ricevere mensilmente le mie “cose”, così si diceva allora.

(Continua al numero successivo)

 

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Ultimo aggiornamento: 12 novembre 2021
 
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