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OTTOBRE 2019

     

(Continua la storia di Maria Luisa)

 

Seppi che a Maria era nata una bella bambina e le fu dato il nome di Pina, anche se tutti la chiamavano Pinuccia. Io non ricordo quando e da chi l’abbia saputo né quando l’ho vista per la prima volta.

Queste cose, anche se piccole, mi facevano soffrire. Mi sentivo estranea da tutto e da tutti. Di Rosa, da quando era andata ad abitare a Genova non sapevo quasi niente, mentre loro, i miei fratelli e sorelle, erano sempre al corrente di tutto e presenti a tutto ciò che accadeva. Questo isolamento mi faceva soffrire tanto, e piano piano, cominciai a provare un po’ di gelosia nei loro confronti.

La signora Anna ad ogni festa grande, per esempio a Natale, a novembre, per il giorno dei morti, negli anniversari e a Pasqua andava al cimitero, e ogni volta mi portava con lei perché la aiutassi a pulire le tombe dei suoi cari defunti. Ricordo molto bene che una volta a Pasqua, forse avevo otto  o nove anni, ci trovammo al cimitero proprio nel giorno della Resurrezione. Io quando vedevo delle tombe piccole soffermavo a guardarle: alcune erano senza fiori o senza foto, mentre altre erano piene di fiori e con le foto. Notavo anche nelle grandi tombe questa differenza, ma erano quelle piccole che mi colpivano di più perché mi facevano ricordare la piccola Graziella. Pensavo: chissà dove si trova? Potrebbe essere in una di queste, e mi rattristavo. Mentre ero immersa in questi pensieri cominciarono a suonare le campane e a sparare i fuochi d’artificio. Mi ero allontanata un po’, ero andata a mettere un fiore in una tomba piccola che si trovava vicino a quella dove c’erano i parenti della signora. Questa tomba mi aveva fatto una grande impressione: Era tutta rotta, sporca, con erbacce secche attorno, abbandonata. E mentre le campane della Pasqua suonavano a festa, mi misi a piangere senza potermi frenare. Singhiozzavo e credo che quella volta la signora Anna prese in considerazione il mio pianto, mentre diverse volte prima aveva giudicato il mio pianto fuori luogo.

Per carnevale, quell’anno, la signora Paola aveva dato a sua zia un vestito di carnevale che era stato di Laura. Era con la calza maglia e dalla vita partivano delle larghe piume di panno lenci. Queste piume erano gialle e verdi, il busto era di colore uguale Alla calza . in testa, una cuffia con piume uguali a quelli applicate alla vita.

La signora mi fece indossare il vestito e io era contenta anche perché mi mandò a casa mia per farmi vedere dai miei. però la signora non fece caso che c’era in corso la festa di S. Agata. lei a queste cose non teneva tanto, anche perché non ne aveva avuto figli. Avevo anche l’approvazione di suo marito che diceva: “Visto quante cose ti fa la “signora?” Ora vai da tua madre e falle vedere quello che facciamo per te.

Per loro quello che facevano per me erano cose dell’altro mondo, cose grandiose, anche se non spendevano una lira.

Uscii dal grande portone tutta in ghingheri come se volessi mostrarmi a tutta la gente.

Loro due si erano affacciati al balcone per guardarmi. Incominciai a camminare lungo la via Umberto dirigendomi verso Piazza Jolanda. Non vedevo l’ora di arrivare a casa per farmi vedere dai miei, però man mano che andavo avanti perdevo un po’ della mia sicurezza, perché vedevo che tutti mi guardavano, addirittura si giravano anche, e poi notavo che nessuno dei bambini che incontravo era in maschera e mi chiedevo il perché. C’era un freddo da morire, che in me, vestita a quel modo, penetrava da farmi gelare. Non vedevo l’ora di arrivare, ma non più per farmi vedere ma perché, oltre al freddo provavo un po’ di vergogna, in quanto qualcuno guardava e rideva.

A quel punto non capivo più cosa ci fosse in me che non andasse. Finalmente arrivai a casa e quando i miei mi videro scoppiarono in una grande risata. I miei mi spiegarono che era fuori tempo,

perché prima doveva finire la festa di S. Agata e dopo mi potevo vestire in maschera.

Ecco perché la gente mi guardava incuriosita. Comunque quel vestito non lo volli mettere più. In verità dovevo far ridere veramente vestita com’ero, e ogni volta che ci ripenso viene da ridere anche a me. fu un fatto del tutto nuovo. Almeno qualche volta mi capitava qualcosa di diverso dalle solite cose brutte, che purtroppo mi succedevano continuamente, come quest’altra che sto per raccontare.

La signora Anna mi aveva insegnato come dovevo mettere le mollette nei maglioni appesi. Bisognava metterle nelle cuciture e non in mezzo, altrimenti avrebbero lasciato il segno. Ma… Una mattina d’inverno, la signora dovette scendere giù nel cortile per seguire i muratori che dovevano fare dei lavori, sapiente in tutto, come si credeva: Tutto voleva seguire lei e guai se qualcuno si intrometteva. È stata ed è ancora oggi così a novantatre anni: Deve avere tutto in mano sua.

Dunque, come dicevo, scese in cortile mentre suo marito seguiva dalla finestra della cucina quello che succedeva sotto, cosa che gli riusciva difficile, perché io avevo steso alcune maglie. Lui le spostò e naturalmente non rimise le mollette come le avevo messe io. Quando la signora risalì sembrava che tutto fosse in ordine ma ahimè! Non fu così, perché la signora si affacciò per vedere meglio quello che avevano fatto i muratori. Improvvisamente incominciò a inveire contro di me: “Quante volte devo dirti che così le mollette lasciano il segno?” E giù a darmi botte, io spiego che non ero stata io a mettere le mollette male, ma suo marito, che aveva spostato la biancheria per guardare che facessero nel cortile.

Suo marito si discolpava e lei continuava a bastonarmi, nonostante sua nipote confermasse quello che avevo detto io. Non sentiva ragione, forse perché non voleva smentire suo marito..

Trovavo un po’ di spazio per la mia libertà e un po’ di svago e potevo vedere persone diverse e pensare a sognare, vedere qualche negozio, solo quando andavo a scuola o mi recavo da sua sorella Tina per farle qualche servizio, o per portarle qualche messaggio, oppure quando, nelle feste di Natale, mi mandava dal suo avvocato per portargli in regalo un panettone, confezionato dentro una scatola rotonda di colore marrone. Andavo anche dal suo ragioniere che abitava proprio vicini alla signora Anna.

La signora Tina distava dalla signora Anna circa un chilometro. Per andare dall’avvocato si doveva, invece, oltrepassare la piazza Umberto dallo stesso lato della signora Anna, quasi alla fine della via. Allora questi titoli professionali, avvocato o ragioniere, mi intimorivano un po’ e questo timore me lo rafforzava la signora Anna e soprattutto suo marito, perché quando gli piaceva una persona la esaltava con delle frasi che a me riusciva difficili da capire. Però una parola in dialetto ricordo bene, “è vagghiaddù” che significava bravo, che sa cavarsela bene ed è anche simpatico.

Poi quando andavo da queste persone mi raccomandavano sempre di essere educata, di non parlare e di non raccontare niente e io, alla loro presenza, mi sentivo tutta intimorita, mi vergognavo e mi sentivo addosso la differenza tra me e loro.

Quando dovevo dall’avvocato, ero più contenta perché sia lui, sia la moglie e la figlia mi trattavano bene, mi sorridevano e mi facevano dei complimenti: “Ma come si è fatta bellina Luisa!” Certe volte nell’attesa che l’avvocato leggesse il messaggio che io gli portavo e scrivesse la risposta, mi facevano entrare nel soggiorno e io ammiravo le belle cose che c’erano. Mi davano sempre qualche biscotto o caramella. Insomma mi sentivo trattata bene e così un po’ del mio timore andava via. Invece nella famiglia del ragioniere notavo che si davano molto più importanza e questo a me dava fastidio e ci andavo di mala voglia.

Questo andare e venire accadeva spesso, perché oltre ai messaggi ed ai regali, d’inverno gli portavo la tessera del cinema.

 

 (Continua al numero successivo)

 

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Ultimo aggiornamento: 6 agosto 2021
 
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