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GIUGNO 2014

     

 Inno alla carità (1 Corinzi 13)Dada Prunotto

 

AMORE            “Pagina splendida di S. Paolo. La parola carità condensa per lui tutto ciò che Gesù porta al nuovo mondo. Là dove è carità, qualche cosa di eterno e di divino entra nella vita e nella comunicazione degli uomini. Al suo confronto, ogni altro valore è relativo e transitorio; essa ne è il senso ultimo. Dimentichiamo i languidi sentimenti che accompagnano spesso le parole “amore” e “carità” e meditiamo questa pagina, per scoprire la realtà suprema, così semplice, così esigente e così alta. Quale capovolgimento per i Corinzi! Tutti i doni che essi ambiscono danno adito a pretesa, vanità, esaltazione di sé fin nel campo religioso; la carità è proprio l’opposto. E là dove essa manca, tutti i carismi perdono la loro forza e il loro senso, anche quelli che sono più necessari e più efficaci per la missione della Chiesa. I doni sono nell’ordine provvisorio; quando l’umanità troverà il suo compimento nella carità di Dio, allora sarà veramente e definitivamente compiuta ogni sua attesa. Nella pienezza di questa comunione e nella piena visione del Signore, anche la speranza e la fede finiranno. L’amore resta; è eterno, perché è Dio stesso (1Gv 4,8) e già adesso è la realtà e la forza di cui il cristiano deve vivere” (La Bibbia – ed. Aldo Garzanti – 13/2/74.)

            Ci sono famiglie che possono essere definite cristiane perché molto unite, gente di preghiera, sempre presenti alle funzioni religiose, attente all’educazione dei figli, educate alla carità, lavoratori onesti. Eppure c’è qualcosa che non convince. Sono le famiglie – io dico – che bastano a se stesse. Non hanno bisogno di amici fraterni, non sentono la necessità di allargare i loro sentimenti oltre la porta di casa. E’ solo apparenza, è soltanto facciata ciò che vediamo essere fatto fuori dalle mura delle loro case. I farisei non sono morti, vivono ancora oggi e prosperano con i loro digiuni, le loro offerte per la Chiesa, le loro amicizie fra i religiosi, da cui si sentono eletti e che “proteggono” gelosamente. Amano il “prestigio” della fede, si sentono privilegiati perché hanno fede.

            Penso alle tante famiglie piombate nell’indigenza in questi ultimi 5-6 anni, che avrebbero bisogno dell’aiuto, se non altro morale, di altre famiglie! Quante volte ci si sente dire: “Prega, abbi fede, fai novene: la preghiera fa miracoli!” Dicono bene. Anche loro magari sono vicini alla povertà, per cui si sentono nel giusto quando invitano alla preghiera e ti assicurano preghiere. Ma non fanno altro che il loro dovere: una parola buona e qualche preghiera. La parola solidarietà finisce qui. Ma se si legge con attenzione il Vangelo, si capisce chiaramente che bisogna fare, non solo dire: “Mi dispiace, prega”. Che significa dare tunica e mantello al povero, che significa dividere il poco che si ha, con amore e gioia?

            Ho sentito dire da qualcuno: “Se quella famiglia ha dato danaro ai poveri, significa che lo ha e dunque non si lamenti!” Non si può pensare che la tunica e il mantello si possono condividere?! C’è poco per tutti in questa Italia disastrata, è vero, ma aiutarsi e dividere quel poco fa sperimentare la carità vera, quella che ci ha insegnato Gesù, e ci dà l’occasione di conoscere il valore della Provvidenza.

            Sono stata testimone della vera carità, dopo aver conosciuto una signora molto anziana che vive di una piccola pensione, la quale senza esitazione dà quel poco che ha a chi ha meno di lei, e senza mai pensare che potrebbe mancare a lei, e Dio ha sempre provveduto, sempre.

            Quando si vuole fare un’opera buona non bisogna pensare troppo; si fa e basta; poi la Provvidenza Divina farà la sua parte. Carità vera è anche dimenticare ciò che si è fatto per il fratello bisognoso che non sempre è riconoscente: la carità non ha memoria.

            Amare veramente significa non dire mai: “Mi dispiace” ma è adoperarsi per dare sollievo alle sofferenze del fratello solo, magari disponibili a tenerlo in casa per aiutarlo a morire in modo dignitoso. Amare è compatire, ovvero patire insieme al fratello che sta male, perché attraverso questo sentimento si sente l’impulso a fare qualcosa per dare sollievo a quella sofferenza che coinvolge ambedue.

            Cerchiamo di riflettere bene se siamo farisei o se siamo veri cristiani. Se nelle famiglie non esiste il senso vero della carità, si saranno fatte solo delle belle parole.

            Se i genitori saranno stati capaci con l’esempio innanzitutto e poche parole, a dimostrare ai loro figli che cosa significa la parola carità, tutto il resto verrà dopo, anche le cose migliori, i gesti più nobili. La carità contiene l’essenza del Dio in cui crediamo e si esprime con i fatti; dal perdono all’accoglienza, alla cura dei malati, all’assistenza ai poveri, alla condivisione della tunica e del mantello, anche se piccoli e rattoppati.

            Amare veramente non farà mai dire: “Mi dispiace”.

 

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INNO ALL’AMORE (1Corinzi 13:1-13)

 

          Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.

        E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla.

          E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità.

        Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà.

        Quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l'ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto.

          Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!

 

 

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Ultimo aggiornamento: 12 novembre 2021
 
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