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NOVEMBRE 2014

     

 

UNO SGUARDO D’AMORE (Franca Leo Belella)

Le seguenti righe  sono il frutto di riflessioni sentite dettate da esperienze e vicende che hanno investito me, amici, conoscenti e meditate alla luce della Parola di Dio. Ho provato a scriverle decidendo di farle leggere a chi vorrà leggerle perché possano essere condivise oppure no, ma comunque possano essere di stimolo a prestare più attenzione alle richieste di aiuto di amici, di fratelli  nel dolore, del prossimo in difficoltà.

Nei tempi di oggi infatti assistiamo sempre più frequente a crisi sociali ed economiche che fanno sprofondare i paesi della globalizzazione in situazioni di pericolosa indigenza. La tecnologia moderna non ci salva dalla povertà materiale e morale sperimentata nei secoli bui del passato e  la sofferenza bussa alla porta di tutti. Basta guardarsi intorno, per le strade, per scorgere fuori dai supermercati o sui gradini delle chiese o ai semafori delle vie  quanti vanno mendicando. Viene anche da chiedersi se il loro bisogno sia reale o fittizio e se “ l’elemosina” donata non alimenti un sistema di accattonaggio privandone così il bisognoso “vero” ma lasciando i dubbi ai più razionali, continuiamo a dare il nostro obolo spinti dal sentimento della “povera vedova” (Mc . 12, 41-44). E’ la sofferenza che colpisce, che pone tanti interrogativi, che  mette in discussione il nostro essere credenti perché non possiamo dimenticare lo sguardo di dolore che leggiamo negli occhi di quanti incontriamo o avviciniamo.

C’è una sofferenza materiale e una sofferenza morale che ci interpella nel “fare”e nel “dare” .     Papa Francesco ha cercato di scuotere le coscienze con il suo discorso tenuto a Lampedusa dopo l’ennesimo naufragio del barcone pieno di immigrati.  Ne riportiamo una parte:

“Oggi ………. abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna; siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del servitore dell’altare, di cui parla Gesù nella parabola del Buon Samaritano: guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada, forse pensiamo “poverino”, e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro; e con questo ci sentiamo a posto. La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro!

“Ritorna la figura dell’Innominato di Manzoni. La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti “innominati”, responsabili senza nome e senza volto. “Adamo dove sei?”, “Dov’è tuo fratello?”, sono le due domande che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità e che rivolge anche a tutti gli uomini del nostro tempo, anche a noi. Ma io vorrei che ci ponessimo una terza domanda: “Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?”, per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini?

“Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza! Nel Vangelo abbiamo ascoltato il grido, il pianto, il grande lamento: “Rachele piange i suoi figli… perché non sono più». Erode ha seminato morte per difendere il proprio benessere, la propria bolla di sapone. E questo continua a ripetersi… Domandiamo al Signore che cancelli ciò che di Erode è rimasto anche nel nostro cuore; domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi, anche in coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada a drammi come questo. “Chi ha pianto?”.

“Signore, in questa Liturgia, che è una Liturgia di penitenza, chiediamo perdono per l’indifferenza verso tanti fratelli e sorelle, ti chiediamo perdono per chi si è accomodato, si è chiuso nel proprio benessere che porta all’anestesia del cuore, ti chiediamo perdono per coloro che con le loro decisioni a livello mondiale hanno creato situazioni che conducono a questi drammi. “Adamo dove sei?”, “Dov’è il sangue di tuo fratello?”. (12 maggio 2014)

 Abbiamo anche noi l’anestesia del cuore? Quante volte consentiamo all’indifferenza di impadronirsi di noi?

 In quante occasioni ci lasciamo alle spalle la sofferenza altrui senza  aver detto almeno una parola di conforto, di incoraggiamento?

 La fretta ci impedisce di fermarci, di stendere la mano per stringere l’altra tremante e scarna o abbandonata dalla forza della speranza?

Papa Francesco racconta questo episodio:

quando io andavo a confessare nella diocesi precedente, venivano alcuni e sempre facevo questa domanda:

 “Ma lei dà l’elemosina?” – “Sì, padre!”. “Ah, bene, bene”. E gliene facevo due in più: “Mi dica, quando lei dà l’elemosina, guarda negli occhi quello o quella a cui dà l’elemosina?” – “Ah, non so, non me ne sono accorto”. Seconda domanda: “E quando lei dà l’elemosina, tocca la mano di quello al quale dà l’elemosina  o gli getta la moneta?”. Questo è il problema: la carne di Cristo, toccare la carne di Cristo, prendere su di noi questo dolore per i poveri”. (Dal Discorso Veglia Pentecoste, 18 Maggio2013).

 La fretta soffoca le nostre relazioni umane, vogliamo essere padroni del tempo e quando arriverà il nostro tempo potrebbe essere troppo tardi.

“Così gli uomini corrono tutti dietro al tempo, Signore.

Passano sulla terra correndo,

frettolosi,

precipitosi,

sovraccarichi,

impetuosi,

avventati,

E non arrivano mai a tutto, manca loro il tempo.

………………………………………………………..

Tu che sei fuori del tempo, sorridi, o Signore nel vederci lottare con esso,

E Tu sai quello che fai.

Tu non sbagli quando distribuisci il tempo agli uomini,

Tu doni a ciascuno il tempo di fare quello che Tu vuoi che egli faccia.

Ma non bisogna perdere  tempo,

sprecare tempo,

ammazzare il tempo.

Perché il tempo è un regalo che Tu ci fai,

ma un regalo deteriorabile,

un regalo che non si conserva  (M. Quoist)

 

Quante lacrime non abbiamo asciugato per pigrizia  o per un falso senso di timidezza ad avvicinare l’afflitto?

Eppure:

“Quel volto, Signore, è stato un incubo per tutta la sera;

E’ un rimprovero vivente,

un grido lacerante che mi raggiunge nella mia tranquillità.

…………………………………………………………..

Signore, quel volto è un incubo, mi fa paura, mi condanna;

perché con tutti gli altri l’ho fatto o l’ho lasciato fare!” (M. Quoist)

 

 

 

Il coordinatore che veniva da Spinaceto.

 

E’ arrivato al capolinea e deve scendere, ma non sappiamo dove è diretto e se salirà su un altro treno “per andare là dove il Signore vorrà condurlo” ma al momento il suo viaggio novennale è terminato, lasciando a noi viandanti le indicazioni ben precise per camminare insieme sul sentiero tracciato da Madre Speranza.

Guardando al passato, a quel lontano giugno 2005 (cfr La Voce dell’’Associazione), rivediamo un Federico, appena reduce dalle elezioni, pronto a “prendere il largo” tra momenti di grande sofferenza e momenti di gioia, momenti emozionanti e momenti di grande tranquillità. Il tutto vissuto, confessava, con una grande pace interiore, frutto dello Spirito, che nasceva dall’aver messo nelle mani del Signore quella “avventura”. Era certo che la barca dell’Associazione fosse ormai pronta a prendere il largo, ad affrontare il mare aperto seguendo i comandi del Comandante Gesù senza cedere alla paura o, peggio ancora, alla stanchezza. Lui, sottocapo in plancia, stimolava ed incoraggiava i passeggeri a non cadere nell’errore che fece Pietro quando, camminando sulle acque verso il Signore, ebbe paura e cominciò ad affondare perché bisogna fidarsi del Signore ed andare là dove Lui vorrà condurci.

Quell’ “avventura” era tutta da vivere e in essa c’era un sogno meraviglioso.

 “I have a dream” diceva Federico, ricalcando le parole di Martin Luther King: il sogno che le “stridenti discordie” che troppo spesso nascono tra di noi, fossero trasformate dalla misericordia in una bellissima sinfonia; il sogno che l’esercizio della misericordia diventasse il nostro principale obiettivo; il sogno che, finalmente, si realizzassero le parole dell’apostolo Paolo “Amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda: Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite…..”; il sogno che nei nostri gruppi si respirasse questa aria, si sentisse questa sinfonia, si gustasse questa dolcezza; il sogno che nei nostri gruppi si instaurasse, una volta per tutte, lo “spirito di famiglia” che la nostra Madre avrebbe voluto;   il  sogno  che  un  giorno  si  potesse  dire  di  noi

 “Vi riconosceranno da come vi amerete” ed infine che la nostra Associazione fiorisse e si spandesse fino ai confini della Terra.

 Un sogno così grande e bello che finché non si fosse realizzato, il suo cuore non avrebbe avuto pace.

Fedele all’impegno assunto, riprendeva il cammino con slancio, inondato dalla “Luce vera, quella che illumina ogni uomo”, che illumina la coscienza di ogni uomo, che illumina la vita di ogni uomo, che illumina la mente e il cuore di ogni uomo (La voce dell’Associazione - dicembre 2005) per tradurre e far tradurre a noi in opere buone, comportamenti e azioni, lasciando intravedere che dietro tutto questo c’è la mano di Dio che opera e agisce.

Occorreva guardare al passato per proiettarsi al futuro, affermava Federico (Decennale ALAM – maggio 2006) per capire ciò che il Signore ci sta chiedendo e dove ci sta portando e delineava il profilo del laico dell’Amore Misericordioso senza alcun dubbio amletico, perché per far “risplendere la nostra Luce davanti agli uomini” bisognava “Essere” con caratteristiche ben precise:

- Identità ed Appartenenza

- Famiglia - inseriti in un progetto

- Allargare gli orizzonti oltre il proprio gruppo: respirare aria Nazionale

- Allargare gli orizzonti oltre la propria nazione: respirare aria internazionale

- Formazione:

dottrinale

biblica

magisteriale

carismatica.

Approfondiva maggiormente le caratteristiche dell’Essere   nell’ottobre del 2006 al Convegno delle Equipes locali con la frase evangelica “Perché siano una cosa sola, come noi” (Gv 17, 11b) che richiedeva lo stare insieme e spezzare il pane, sentire in comune e l’Eucarestia quale centro della Comunità e poi ancora, nel maggio 2007 all’VIII Convegno Nazionale, con “Essere profeta” per annunciare e testimoniare Cristo:

“Sarete miei testimoni fino ai confini del mondo” (At. 2,8) .

 Uomo tranquillo, offriva pace e sicurezza agli interlocutori, agli ascoltatori, a quanti si rivolgevano a lui per un consiglio, un chiarimento, una soluzione di un problema, rispecchiando il significato del suo nome. Intanto lavorava su di noi e dentro di noi per svegliare il gigante dormiente e trasformare pian piano quel “I have a dream” in realtà.

“Abbiamo bisogno di riportare la verità nella nostra vita, nel nostro mondo, ricentrare la nostra esistenza, le nostre scelte, la nostra libertà sulla verità che è Cristo……di comportarci in maniera autentica, fedeli a noi stessi e alla vocazione ricevuta”, così sottolineava, al Convegno del 2010 “Io sono la verità”.

Erano trascorsi cinque anni dall’inizio della sua avventura.

C’era piaciuta molto l’espressione “Fedeli a noi stessi e alla vocazione ricevuta” che rievocava il giuramento di fedeltà alla Patria da parte del militare e in questo caso alla Patria Celeste da parte del soldato di Cristo.

E c erano piaciute le parole che chiarivano, l’anno successivo, lo scopo e la finalità della formazione che deve essere calata nella vita quotidiana e nella vita ordinaria del gruppo… nella realtà di vita dei nostri tempi perché dirà poi, nell’anno della beatificazione di Madre Speranza, “Siamo chiamati ora a vivere la nostra vita specchiandoci nella santità della Madre e a camminare verso la nostra santità avendo come esempio la Madre. Lei nel suo cammino si è lasciata condurre dal Buon Gesù e dall’esercizio delle virtù” (Circolare Convegno 2014: “Il nostro distintivo sia la carità”)

Carissimo Federico, il tuo impegno è stato prezioso agli occhi del Signore e importante, fondamentale, arricchente per noi tutti.

 Non sappiamo se il tuo sogno si sia realizzato pienamente ma siamo convinti che tu abbia raccolto dei frutti buoni e che altri ne raccoglierai ancora: essi saranno perle di mare perfette, pure, limpide e trasparenti che Maria Mediatrice aggiungerà al suo Rosario; quelli meno buoni, un po’ bacati, invece, saranno perle di fiume irregolari nella forma che L’Amore Misericordioso saprà trasformare e plasmare.

Noi laici, abbiamo condiviso e condividiamo di certo la tua stessa passione, quella dell’Amore Misericordioso perché abbiamo davanti a noi lo stesso meraviglioso sogno da realizzare: “We have a dream: Misericordia!”

Ti ringraziamo di cuore e che Dio ti benedica. Semper ad maiora!

 

L’equipe uscente del gruppo ALAM casilino 1

 

De Cicco Bruna, Franca Leo Belella, Marconi Guglielmo e il gruppo al completo

 

Ed ora una poesia per te.

 

                                     


Er Capoccia

 

 Quanno a Roma se dice

“Morto ‘n papa se ne fà n’antro”

( e se fa pe’ dì se capisce)

vò dì che n’antro pija er posto tuo

ma semo sicuri der fatto suo?

Nun è pe’ gniente, pe’ carità

nun volemo  de certo na rarità,

volemo solo fatte ‘n complimento

pe’ l’anni passati a fà da complemento.

Te sei pijato pena a più nun posso

pe’ tirà fòra er gigante dar fosso

e realizzà ner segno der Signore

opere bòne che eschino dar còre.

 

Er laico, ce dicevi, è gajardo e tosto

cià d’avè ner monno er giusto posto

pe’ esse na cosa sola co’ tutti li fratelli

e nun dà retta a discordie e  a tranelli,

pe’ esse n’a misericordia e ne l’ armonia

e potè vive in una bellissima sinfonia.

 

“I have a dream”ce dicevi, “Ciò sto sogno

C’oò da fà?”  E co’ l’occhi ar vero stralunati

stavi a vede ner domani solo ommini rinati.

“Federì nun t’allargà”, pensavimo noantri,

ché, chi de speranza vive, disperato more,

ma lo Spirito ce se ficcò dentro ar core

e co’ tanta voja , fede, fiducia ed allegria

prennemmo er largo senza niuna avaria.

‘A luce, quaa vera, ce stava a fà da faro,

Domineddio da sempre è arquanto caro.

 

Mò ch’er tempo è bello che passato,

er laico ce pare de certo più gassato,

la barca  de l’ALAM sta ancora in rotta

sta a diventà na grossa e pronta flotta

ar comando de l’Amore Misericordioso,

pe’ annà a liberà er monno dar Tignoso.

Federì, dacce retta, mettete er còre  ‘n pace

che quer sogno ormai, n’a notte oscura tace:

la Madre  dar Paradiso nun ce trascura

e d’ ogni laico, stamo certi, se pija cura.

Potemo ar vero sta contenti tutti quanti,

ciai reso un servizio co’ li guanti bianchi.

 

                                                             Roma 29 settembre 2014

 

 

 

 

 

 

 


 

 


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Ultimo aggiornamento: 1 marzo 2019
 
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