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OTTOBRE 2007

 

 

GIOBBE

            Per il popolo d’Israele il periodo che segue l’esilio è un tempo di viva spiritualità, incentrata sul sentimento religioso, ma è attento anche al problema esistenziale dell’uomo.

            Il libro di Giobbe, storia di un credente colpito da grandi sventure, il quale riflette sui grandi misteri della vita, in particolare sul problema del dolore, ci dà un esempio di questa nuova spiritualità e ci ammonisce a non pretendere di voler conoscere le leggi dell’universo. Al contempo ci fa capire che la fede tormentata dal dubbio è più elevata e nobile di quella tranquilla e indifferente, che si pasce di un’ottusa sicurezza.

            Anche nel dolore e nell’umiliazione è possibile, per chi crede, riconoscere la gloria di Dio e testimoniarla.

            Se Giobbe vivesse oggi, farebbe ancora problema. E fa problema soprattutto oggi che siamo abituati alle analisi e ad attribuire alla società, tutte le colpe e tutte le devianze. Forse riceverebbe meno visite e, attorno al suo caso, si scatenerebbero meno discussioni.

            La medicina, laddove la medicina è in auge, si occuperebbe non poco del suo caso, anche con risultati sorprendenti; e se il dolore fosse troppo pesante, ci penserebbero i narcotici, che oggi sono anche utili, a controllarlo.

            Se un cristiano si avvicinasse oggi a Giobbe, potrebbe assumere due atteggiamenti contraddittori: potrebbe fare a Giobbe una lunga predica sul dolore che diventa una prova d’amore, oppure potrebbe esprimere il massimo della solidarietà, assistendo l’ammalato.

            I due atteggiamenti vanno invece armonizzati. Non bastano le disquisizioni teologiche per dare un senso al dolore. E’ vero che dopo la passione di Cristo, il dolore ha acquistato il senso di un riscatto e di un’offerta d’amore, ma non si può iniettare amore con le semplici parole. L’amore è un’esperienza, non un concetto.

            E’ importante, pertanto, per il cristiano, uno sforzo di lotta contro il male, nello spirito di solidarietà e di agape.

            Il cristiano non accetta il male né come prova della virtù né come castigo; il male è espressione del peccato e il cristiano è un liberatore non un masochista. Se la liberazione passa attraverso il dolore, questo diventa veicolo di grazia. La croce di Cristo è atto d’amore, ma orienta verso la Resurrezione, e la Resurrezione è il gesto più grande d’amore che Dio abbia compiuto verso l’umanità.

            Il Giobbe di una volta non ha conosciuto la Croce e la Resurrezione di Cristo, ma la sua fede in Dio, anticipava il tempo della salvezza.

            Come il sole del primo mattino anticipa la qualità della giornata, così la fede di Giobbe ha anticipato il tempo della salvezza.

                                                                                                          Bruno

            La Madre Speranza, che nella sua esperienza mistica ha capito il valore del dolore redentivo, così si esprime:

            “Quando l’anima ama Gesù, è soggiogata dalla sua presenza, è felice e sperimenta come una corrente divina che la unisce a Lui. Sa che Egli la ama con amore infinito e quanto più lo ama, tanto più vuole amarlo. Essa non conosce altra sofferenza e dolore che quello di non amare il suo Dio come vorrebbe e di vedere che sono pochi quelli che lo amano e tanti quelli che lo offendono.

            L’anima che ama, lotta continuamente per frenare le sue passioni e arde dal desiderio di soffrire per Gesù. Non desiste finché non ottiene che Gesù la inviti a bere il calice della sua passione; calice che, dopo averlo bevuto Lui, ha trasformato in miele saporito.

            Vediamo quindi che queste anime desiderano il dolore e tutto sembra loro insipido se non è condito con la tribolazione e la sofferenza”.  (El Pan 2,127-128)


 

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Ultimo aggiornamento: 26 aprile 2012
 
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