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APRILE 2013

     

IL CONCILIO VATICANO II

CONCILIO

Nel 2005 fra le altre ricorrenze celebrate c’è stata quella del quarantesimo di chiusura del Concilio Vaticano II (8 dicembre 1965). Per l’occasione, e anche per altri motivi come la pubblicazione di un volume di mons. Marchetto e della Breve storia del Vaticano II di Giuseppe Alberigo, sintesi dell’opera ampia e complessa in cinque volumi data alle stampe negli anni precedenti, si è aperto un intenso dibattito sulla portata e sull’interpretazione dell’evento concilia-re. La tendenza generalizzata, comprese alcune voci autorevoli, è sembrata procedere verso un’impostazione minimalista, tutta tesa a ridurre la portata storica e innovativa dell’assemblea voluta da Giovanni XXIII e gestita poi per gran parte da Paolo VI. Alla luce delle cose dette e scritte mi sembra necessario intanto formulare un paio di osservazioni, dalle quali non si può prescindere, a mio avviso, se si vuole approdare ad una corretta e completa valutazione del Vaticano II, magari citandolo a parole come faro del cammino ecclesiale e poi smentendolo nei fatti.
1. Innanzitutto: da più parti si è sostenuta una posizione che si può così sintetizzare: il Concilio si identifica con i documenti da esso prodotti (Costituzioni e Dichiarazioni). Cioè i documenti così come sono, mi si passi l’espressione: “nudi e crudi”. A parte il fatto che ogni documento scritto ha bisogno di interpretazione (se si “interpreta” la Bibbia, perché non sarebbe possibile interpretare un corpus conciliare che in ogni caso sta sotto la Bibbia in quanto a valore e autorevolezza?), un’ermeneutica dei testi conciliari è oltremodo necessaria. Per ermeneutica (interpretazione) dei documenti intendo la capacità di leggerli a partire dal contesto in cui sono nati, tenendo presente l’iter seguito nella loro elaborazione, i dibattiti in aula, nelle commissioni, le modifiche apportate, insomma tutto ciò che ha caratterizzato il cammino di un testo a partire dalla sua originaria progettazione fino alla sua definitiva promulgazione. Solo così un testo può esprimere tutto il suo significato, i suoi intenti, la sua portata ed evitare anche una lettura errata o parziale o riduttiva. Un esempio clamoroso di questa “necessità” viene da un altro Concilio, quello celebrato a Costanza fra il 1415 e il 1417 in pieno scisma d’occidente. Una ripresa solo letterale dei documenti emanati porterebbe ad affermare la superiorità del Concilio sul papa. Infatti nell’Haec Sancta del 6 aprile 1415 si legge testualmente: “In primo luogo dichiara che esso (il Concilio), legittimamente riunito nello Spirito santo essendo Concilio generale e espressione della chiesa cattolica militante, riceve il proprio potere dal Cristo e che chiunque di qualunque condizione e dignità, compresa quella papale, è tenuto a obbedirgli in ciò che riguarda la fede e l’eliminazione dello scisma ricordato e la riforma generale nel capo e nelle membra della stessa chiesa di Dio” (cfr. Conciliorum Oecomenicorum Decreta, cur. G. Alberigo – G.L. Dossetti – P.P Joannou – C. Leopardi – P. Prodi, EDB Bologna 1991, p. 409). Solo dall’analisi del contesto, della situazione particolare in cui il testo è stato redatto e approvato, dell’intento reale dei componenti del Concilio, addirittura della sua recezione successiva, si può capire l’autentico pensiero dell’assemblea e l’esatta portata del documento, escludendo la suddetta superiorità peraltro smentita dalla dichiarazione circa il primato e il magistero infallibile del successore di Pietro del 1870 avvenuta con la Costituzione Pastor Aeternus dal Vaticano I. Concilio, quest’ultimo, che conferma a modo suo la tesi fin qui esposta: proprio la dichiarazione circa il magistero infallibile non si può capire appieno se non si tiene presente tutto il dibattito che l’ha preceduta e soprattutto la relazione esplicativa che nell’aula conciliare ne fece mons. Gasser a nome della maggioranza conciliare. Relazione che, guarda caso, verrà ampiamente citata quasi un secolo dopo, quando la Lumen Gentium del Vaticano II tornerà a trattare dello stesso tema (cap. III note 43-46). Dunque per capire bene il Vaticano II non solo è utile ma bisogna necessariamente riandare la contesto nel quale esso è stato celebrato e al dibattito, sovente anche serrato, che l’ha caratterizzato. Solo così si possono capire le sue reali intenzioni e coglierne tutta la portata, anche là dove essa appare più innovativa. In altre e conclusive parole: il Concilio Vaticano II è stato un evento che va anche al di là dei suoi documenti e come evento, comprensivo dei documenti stessi, ha segnato e deve segnare anche in futuro la vita della chiesa.
2. C’è poi un secondo punto attorno al quale si è tanto dibattuto negli ultimi anni: il Vaticano II è stato un concilio di rottura o di semplice continuità rispetto all’epoca che lo ha preceduto? Molti autorevoli (e interessati?!?!) commentatori hanno sottolineato l’aspetto della continuità: una semplice rispolverata ad un edificio lasciato comunque intatto. Certo se si pone il Vaticano II a confronto della grande Tradizione ecclesiale non si può non dare un peso alla continuità (a parte che si tratta di una Tradizione “vivente” quindi capace di aprirsi a nuovi sbocchi!). Ma se si guarda più prosaicamente alla tradizione con la “t” minuscola, non si può non parlare, se non di “rottura”, almeno di una radicale “svolta”. Svolta dice che si continua a camminare sulla stessa strada ma cambiando direzione. Come si può negare questa vera e propria svolta se si confronta quanto affermava Gregorio XVI nell’enciclica (non in un discorso qualunque!) Mirari vos del 15 agosto del 1832 a proposito della libertà di coscienza (“errore velenosissimo”, “erronea sentenza o piuttosto delirio”…) e quanto al riguardo afferma la Dignitatis humanae del 7 dicembre 1965: (“… la persona umana ha diritto alla libertà religiosa. Tale libertà consiste in questo, che … in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza…”, cfr. n° 2)? Come si può negare una svolta comparando quello che sempre nella Mirari Vos sosteneva Gregorio XIII quando affermava che di fronte al mondo moderno la chiesa doveva “prendere il bastone” (cfr. l’originale latino: “virga compescere”!) con quanto nel discorso di apertura del Vaticano II conosciuto col titolo di Gaudet mater ecclesia affermava Giovanni XXIII: “Al giorno d’oggi … la Sposa di Cristo preferisce far uso della medicina della misericordia piuttosto che della severità; essa ritiene venir incontro ai bisogni di oggi mostrando la validità della sua dottrina piuttosto che con la condanna”? Simili osservazioni si potrebbero fare su diversi altri punti. Ad esempio che dire del passaggio dall’ecclesiologia gerarcologica (Congar) precedente all’ecclesiologia del popolo di Dio presente nella Lumen Gentum? Altri temi potrebbero esser posti sul tappeto ma il discorso si farebbe troppo lungo. Mi pare comunque che quanto si è detto già serva a capire in profondità e a ben valutare un evento epocale qual è stato il Concilio del secolo XX.
Laugero Giampaolo


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Ultimo aggiornamento: 5 giugno 2019
 
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