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DICEMBRE 2012

     

IL VATICANO II Laugero Giampaolo

Finalmente il Concilio inizia. Dopo quattro anni di preparazione, l’11 ottobre del 1962 Giovanni XXIII dà il via ai lavori e pronuncia il discorso di apertura che uno dei maggiori esperti dell’evento definisce come “l’atto più rilevante del pontificato giovanneo e probabilmente uno dei più impegnativi della chiesa cattolica nell’età contemporanea” (Alberigo). In esso il papa prende le distanze dai profeti di sventura che qua e là si annidano nella Chiesa, sottolineando il positivo dei tempi nuovi. Nello stesso tempo indica quello che deve essere l’obiettivo dell’assise: ridire l’antica sostanza della fede cristiana con un linguaggio e con categorie rinnovate. Così egli si esprime, in un passaggio decisivo del discorso: ”Lo spirito cristiano, cattolico ed apostolico del mondo intero, attende un balzo in avanti verso una penetrazione dottrinale e una formazione delle coscienze in corrispondenza più perfetta alla fedeltà all’autentica dottrina, anche questa però studiata ed esposta attraverso le forme dell’indagine e della formulazione letteraria del pensiero moderno, [dato che] altra è la sostanza dell’antica dottrina del depositum fidei ed altra è la formulazione del suo rivestimento”.

 

Si parte dalla liturgia, ma sulla rivelazione…

Giovanni XXIII decide che il primo schema discusso sia quello sulla liturgia, cioè lo schema che aveva avuto più consensi durante la fase preparatoria. Le votazioni sullo schema generale e sui singoli capitoli registrano sempre il convergere di una grande maggioranza. Il fatto è in se stesso importante e positivo perché rivela il formarsi, fra persone che nemmeno si conoscono, di una spontanea convergenza sui grandi temi conciliari, anche se lo sviluppo successivo manifesterà una certa “eterogeneità” di questa maggioranza, eterogeneità che per alcuni aspetti porrà un freno all’attività dell’assemblea. C’è però un fronte nel quale le cose cominciano a complicarsi, È quello relativo alle "fonti della rivelazione". Lo schema proposto riprende l'insegnamento tradizionale delle due fonti (Scrittura e Tradizione), sostenuto da secoli in opposizione al principio lute­rano della "sola Scriptura", e privilegia la rivelazione come comunicazione verbale di verità. La discussione si accende da subito e diventa particolarmente importante perché quando arriva il momento della votazione si costata la chiara presenza di "due anime" conciliari: una decisamente innovatrice, l’altra più legata al dato tradizionale. Infatti, mentre 822 risultano i voti a favore dello schema, 1368 sono quelli contrari. Di fronte a questa situazione il papa decide di ritirare lo schema e di affidarlo ad una nuova commissione mista, composta da teologi e membri del Segretariato per l'unità dei cristiani. Per il Concilio si tratta di una svolta, resa evidente anche da una preoccupata lettera di quattordici cardinali che esprimono timori per le tendenze innovative emergenti nell’assemblea!

 

Al centro di tutto l’identità della Chiesa

C’è anche un altro tema che imbocca da subito un sentiero impervio. Si tratta di quello relativo alla natura e al compito della Chiesa. Il testo del De Ecclesia diventerà, infatti, il più travagliato e discusso fra i docu­menti conciliari, fino a causare una vera e propria crisi nel novembre del ‘64. C’è però un frutto importante di questa prima discussione ed è la scelta che il primate belga, il card. Suenens, appoggiato dal card. Montini, propone ai padri: indivi­duare nell'ecclesiologia il tema che faccia da riferimento e da motivo ispiratore per tutti gli altri, in modo da garantire l'omogeneità della produzione conciliare. Il Concilio che accetta la proposta fissa così un primo punto fermo, un significativo orientamento per i propri lavori: la Chiesa, nei suoi rapporti interni e in quelli esterni con i fratelli separati e con il mondo, deve risultare il centro delle preoccupazioni dei padri.

 

Da Giovanni XXIII a Paolo VI: fra timori e continuità del Concilio

L’8 dicembre 1962 si conclude la prima sessione e ci si dà appuntamento per il settembre dell’anno successivo, senza per questo perdere tempo nella lunga fase di intervallo, perché si lavora alacremente sui documenti preparatori anche grazie a una Commissione di coordinamento istituita dal papa. Prima che la seconda sessione possa avviarsi muore Giovanni XXIII e viene eletto come successore l’arcivescovo di Milano, il cardinal Montini, che sceglie il nome di PAOLO VI. Qualcuno paventa la sospensione del Concilio, ma il nuovo papa apre regolarmente la seconda sessione (29 settembre 1963) e in quell'occasione precisa con chiarezza i quattro scopi dell'assemblea: "una più meditata definizione della Chiesa"; "il suo rinnovamento"; “la ricomposizione dell'unità con i fratelli separati” e finalmente “il lancio di un  ponte verso il mondo contemporaneo". Alla luce di queste indicazioni il Vaticano II riprende il suo cammino.

 

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Ultimo aggiornamento: 5 giugno 2019
 
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