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MARZO 2012

     

IL MONACHESIMO

 

Proprio quando all’orizzonte dell’avventura cristiana comincia ad intravedersi l’alba della libertà religiosa e del conseguente pacifico diritto di cittadinanza, alcuni credenti d’Egitto abbandonano il consorzio civile per rifugiarsi nel deserto della Tebaide. Fra questi Antonio, forse non il primo monaco in assoluto, ma il primo che fa  notizia perché trova un biografo d’eccezione, Atanasio vescovo di Alessandria d’Egitto, più volte esiliato dalla sua sede per la difesa dell’ortodossia nicena circa la questione della Trinità. Nel suo peregrinare di esule il santo vescovo porta con sé la biografia del conterraneo monaco e ne diffonde l’ideale. Contemporaneamente la fuga verso il deserto attrae numerosi altri cristiani illustri o meno. Così, in quell’età di passaggio fra III e IV, secolo nasce la prima forma di vita consacrata di successo: il monachesimo. Quella che per l’oriente è ancora oggi “la” vita consacrata, affiancata invece in occidente dalle forme nate dal secolo XIII in poi, quando sulla scena appariranno gli ordini comunemente, ma con qualche approssimazione, detti “mendicanti”.

 

Una gran “sete” di deserto

Il monachesimo nasce dunque in oriente e quale prima caratteristica ha quella di dirigersi verso il deserto. Infatti non solo in Egitto, ma anche in Palestina, Siria e Mesopotamia sarà l’aspra condizione di vita delle aree desertiche ad attirare questi uomini decisi a vivere una particolare forma di perfezione cristiana. Una forma impegnativa, meno coinvolta nelle vicende del mondo, anche rischiosa, sostitutiva del martirio. Una forma che si pone come contestazione di un cristianesimo già accomodante e rilassato. Che questa sia una delle motivazioni originarie del monachesimo, quasi una sua “anima”, lo mostra il fatto che ancora più tardi, fra VI e VII secolo, i monaci irlandesi utilizzeranno la categoria del martirio per definire la loro proposta monastica particolarmente esigente. A dire il vero nell’oriente non manca chi, preso dalla foga, si dà a manifestazioni ascetiche certamente originali. La cosa accadde soprattutto in Siria dove compaiono i dentriti che vanno a vivere nelle cavità degli alberi, gli stiliti che si appollaiano in cima a una colonna, i boscoi che si nutrono solo di erbe selvatiche. L’elenco potrebbe continuare ma correrebbe il rischio di oscurare le autentiche esigenze che muovono i cristiani di quei secoli verso questo primo monachesimo di stampo inconfondibilmente eremitico: la ricerca della solitudine, il desiderio della contemplazione, l’aspirazione ad un’ascesi capace di controllare ogni pulsione umana per una più intensa esperienza di Dio e un qualificato servizio ai fratelli. Perché è proprio questo ciò che accade non appena in giro si viene a sapere dell’esistenza di queste figure. Lì si cerca, lì si va a trovare, lì si consulta, facendoli diventare delle vere e proprie guide spirituali, fonti inesauribili di saggezza e di capacità terapeutiche. Basta consultare quei testi interessantissimi che sono i “detti dei padri del deserto” per rendersi conto della verità della cosa. Costoro sono pure convinti di avere una missione importante da compiere: quella di riportare, grazie alle loro pratiche ascetiche, l’uomo allo stato di purezza precedente il peccato originale. Imitando in questo Gesù di Nazareth che riuscì in tale impresa nel deserto di Giuda. Proprio nel desiderio di imitare il Signore sta un’altra delle ragioni che spiegano il nascere e il diffondersi della scelta monastica.

 

Dagli eremiti ai cenobiti

Evidentemente però non tutto funziona a dovere e l’esperienza dell’eremitismo comincia a rivelare qualche limite. C’è allora chi si dà da fare nel pensare a forme alternative di monachesimo. Anzi dal monachos (solitario) si passa rapidamente al cenobita, che vive in comunità. È ancora l’oriente il grembo che genera la nuova forma di vita monastica, grazie a figure come Pacomio e Basilio di Cesarea. Ci si accorge infatti che l’eremitismo cade facilmente in eccessi ascetici, che la lotta contro le tentazioni diventa ossessione del demonio, che la solitudine mal difende dagli attacchi delle passioni. Così, dopo esperienze intermedie, le cosiddette laure, raggruppamenti di eremiti che continuano a condurre vita solitaria, appaiono le fondazioni pacomiane e basiliane. Pacomio opera ancora in Egitto e dopo aver condotto per sette anni vita eremitica, nel 323, fonda la prima comunità in un villaggio abbandonato nell’Alto Egitto. Si tratta dell’atto di fondazione del cenobitismo anche perché ben presto ci si trova nella necessità di scrivere una regola. E si sa: gli esempi uniti agli scritti creano presto una tradizione. Anche perché il successo dell’intuizione di Pacomio va oltre ogni aspettativa e alla sua morte, nel 346, egli ha già fondato ben nove monasteri maschili e due femminili. Così ben presto il numero dei monaci arriva alle migliaia, se non addirittura alle decine di migliaia. Nello stesso tempo la sua intuizione trova un imitatore in Basilio, vescovo di Cesarea, geniale organizzatore e legislatore. Egli propone senza mezzi termini l’ideale comunitario concepito come vertice della vita spirituale, sull’esempio della comunità delle origini descritta con tratti vivacissimi negli Atti degli Apostoli. Chiudiamo qui il racconto delle origini del monachesimo. Ci preme però annotare ancora un aspetto fondamentale, comune a tutte le tradizioni monastiche, purtroppo un po’ perso nei secoli ed oggi fortunatamente ricuperato (si pensi ad esempio alla comunità di Enzo Bianchi in quel di Bose, a due passi da Biella in Piemonte). Si tratta della dimensione laicale. Il monaco è un laico, la sua vocazione non è da confondere con quella sacerdotale. Se nel monastero esiste qualche ministro ordinato è per il necessario servizio liturgico da svolgere verso i fratelli.

Laugero Giampaolo

 

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VORREI SALIRE IN ALTOFIORI                                            (Michel Quoist)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vorrei salire molto in alto, Signore,  sopra la mia città, sopra il mondo, sopra il tempo.

Vorrei purificare il mio sguardo e avere i tuoi occhi.

Vedrei allora l'universo, l'umanità, la storia, come li vede il Padre.

Vorrei la bella, eterna idea d'amore del tuo Padre

che si realizza progressivamente: tutto ricapitolare in te,

le cose del cielo e della terra.

E vedrei che, oggi come ieri, i minimi particolari vi partecipano,

ogni uomo al suo posto, ogni gruppo ed ogni oggetto.

Vedrei la minima particella di materia e il più piccolo palpito di vita;

l'amore e l'odio, il peccato e la grazia.

Commosso, comprenderei che dinanzi a me si svolge

la grande avventura d'amore iniziata all'alba del mondo.

Comprenderei che tutto è unito insieme,

che tutto non è che un minimo movimento

di tutta l'umanità e di tutto l'universo verso la Trinità, in te e per te, Signore.

 

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Ultimo aggiornamento: 1 marzo 2019
 
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