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NOVEMBRE 2012

     

 

            Continuando il nostro viaggio alla scoperta del Concilio Vaticano II vogliamo, prima di addentrarci fra i banchi della basilica di San Pietro per seguire le varie fasi della discussione e dell'elaborazione dei documenti conciliari fino al loro esito finale, soffermarci qualche istante su di una considerazione di carattere generale, che non è affatto secondaria al fine di una valutazione oggettiva e completa dell’assise conciliare. Oltre ad essere stato un evento dottrinale e magisteriale, il Concilio Vaticano II è stato un'intensa esperienza ecclesiale. Anzi: cronologicamente e qualitativamente la dimensione esperienziale è venuta prima di tutto il resto. Ci chiediamo: cosa sperimentano di interessante e di importante i protagonisti del Concilio stesso, in primo luogo i vescovi?

 

Una Chiesa dal volto universale

            Innanzitutto sperimentano una Chiesa dal volto universale. Mai, fino ad allora, si erano incontrati in così tanti, mai la Chiesa aveva assunto un volto tanto fortemente universale. Tutti e cinque i conti­nenti sono rappresentati. L'America ha inviato 956 vescovi, l'Asia più di trecento, l'Africa 379. La superiorità numerica degli italia­ni, che ancora a Trento aveva creato tensioni, è solo un lontano ricor­do: 379 vescovi, solo un quinto dei padri conciliari. L’intuito artistico di Giacomo Manzù ben esprimerà questa novità attraverso un’immagine che vede affiancati Giovanni XXIII e il cardinale africano Rugambwa. Inoltre, dopo tanto tempo, i vescovi si sentono nuovamente i maestri della Chiesa, organo vivo del magistero, partecipi del lavoro collegiale, stretti collaboratori del Papa. Le chiese locali intuiscono di poter portare il loro costruttivo contributo. I vescovi africani, ad esempio, offrono un notevole apporto sia al tema missionario sia a quello della liturgia, un contributo ben superiore a quello offerto dalle chiese europee, imprigionate troppo spesso in concezioni ancora decisamente eurocentriche.

 

Il rapporto con i fratelli separati

            Altra fondamentale esperienza è quella del rapporto con i fratelli separati, i “nemici” degli ultimi secoli, presenti al Concilio in qualità di “osservatori”. Tale rapporto influisce anche sulla stesura di alcuni documenti, come svela un’interessante testimonianza del teologo evangelico Oscar Cullman: "Ogni martedì pomeriggio, cioè fuori dalle sessioni ufficiali, noi osservatori eravamo invitati dal Segretariato del card. Bea all'Ho­tel Columbus, al fine di discutere, coi membri del Segretariato, di cui fanno parte numerosi vescovi, e con eminenti teologi del Concilio, sulle questioni che erano trattate nelle sedute ufficiali. Alcuni teologi cattolici, che avevano partecipato alla redazione dei testi proposti, avevano l'abitudine di commentare prima brevemente detti testi, così come le discussioni svoltesi in Concilio; dopodichè eravamo invitati ad esprimere con franchezza e senza alcuna riserva, le nostre critiche; ed ogni volta abbiamo fatto largo uso di questa libertà”.

 

Un nuovo linguaggio

            Una ventata di novità è rappresentata anche dall'uso di un nuovo linguaggio e dal modo diverso di porsi di fronte al mondo, in atteggiamento positivo, di dialogo, con l'uso di una comunicazione non astratta e dottrinale ma discorsiva e il più possibile attuale nella formulazione linguistica. C’è però ancora dell’altro: i vescovi possono sperimentare il confronto delle opi­nioni, la libera espressione delle proprie idee, la discussione e il dibattito, in aula, nelle commissioni e nei gruppi nazionali. Possono anche praticare il confronto con il mondo intero attraverso i mezzi di comunicazione sociale, massicciamente presenti a Roma (mille sono i giornalisti presenti durante la prima fase). Osserva uno dei più acuti osservatori del Concilio, il teologo francese René Laurentin: "Si andò formando nei Padri la coscienza di avere qualcosa da dire. Nasceva un linguaggio. Si dicevano a voce alta, obiettiva­mente, mille cose che fino a quel momento si era tacitamente convenuto di tacere". In questa prospettiva contano molto anche eventi di per sé estranei al Concilio, come la pubblicazione (11 aprile 1963) della Pacem in terris di Giovanni XXIII, il viaggio in Terra Santa di Paolo VI, dal 4 al 6 gennaio del 1964, con l'incontro, seguito dall'opinione pubblica con grande interesse, con il patriarca ecumenico Athenagoras. Più di tante parole quell'abbraccio rafforza l'indirizzo ecumenico del Concilio. O ancora l'intervento, sempre di papa Montini, all'ONU, il 4 ottobre 1965, intervento che rende palpabile l'immagine di una Chiesa attenta e partecipe all’avventura del mondo contemporaneo.

Laugero Giampaolo

 

 

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Ultimo aggiornamento: 30 dicembre 2018
 
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