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DICEMBRE 2017

     

 

Traccia n. 3 La vocazione e la missione di Mosè – Es 3,1- 4,17

Parte prima – Esodo 3,1-15

(Riflessioni a cura di Antonio Turi)

Dio si rivela a Mosè e lo chiama (vv. 1-6)

1 Mentre Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l'Oreb. 2L'angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava. 3Mosè pensò: «Voglio avvicinarmi a osservare questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?». 4Il Signore vide che si era avvicinato per guardare; Dio gridò a lui dal roveto: «Mosè, Mosè!». Rispose: «Eccomi!». 5Riprese: «Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!». 6E disse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe». Mosè allora si coprì il volto, perché aveva paura di guardare verso Dio.

 

            Dio ha ascoltato il lamento degli ebrei, si è ricordato della sua alleanza, ha guardato e ha conosciuto la loro situazione drammatica (Es 2,24-25). Il suo amore verso Israele, verso gli oppressi (è il Dio dei poveri) lo spingerà ad intervenire?

            Es 3,1- 4,17 è il racconto della vocazione  e della missione di Mosè. Inizia con Mosè che pascola il gregge del suocero e termina con Mosè che torna in Egitto. Cosa è successo? Perché decide di tornare indietro?

            Per lunghi anni (quarant’anni -  At 7,30) Mosè ha vissuto straniero a Madian, anni vissuti nella solitudine del pastore, nei grandi silenzi del deserto.

            Un giorno pascolando il gregge, si spinge oltre il deserto. Nulla lascia presagire l'incontro con Dio. "Oltre il deserto" arriva al «monte di Dio», l’Oreb. Non conosciamo e non ha importanza conoscere dove si trova questo monte, che la tradizione identifica col monte Sinai. Già  luogo sacro per le tribù del deserto che vi adoravano le loro divinità, il nome del monte anticipa la rivelazione di Dio a Mosè.

            Dio stesso (l'angelo del Signore è Dio stesso) gli appare sotto la forma di un fuoco nel mezzo di un roveto. Perché Dio ha scelto un roveto per rivelarsi? La tradizione giudaica ne dà molte interpretazioni: «perché il roveto di spine è il più umile degli alberi e Israele è il più umile dei popoli » (Rabbi Eliezer);  «perché il roveto è l’albero dei dolori e Dio soffre quando soffrono gli ebrei» (Rabbi Josè).

            Il roveto, pur investito da fiamma, brucia, ma non si consuma.

            Siamo di fronte all'incontro misterioso di un uomo con Dio. Non dobbiamo pretendere di sapere come è avvenuto questo, ma di capire quale è il messaggio  che quel “segno” vuole dirci: Dio è fuoco, è luce, è fuoco divorante (Es 24,17, At 2,3).

            Il Dio che si rivela a Mosè abita nel roveto ardente. Dio sta in cielo? No, il Dio al quale crede Israele e noi  cristiani è il Dio che si è rivelato nel roveto, in una piccola dimora.

            Mosè è curioso, vuole capire, guardare da vicino quel fenomeno non solito: il roveto che brucia senza consumarsi. Ma Dio interviene e gli dice: «Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali». Davanti a Dio non si tratta di capire, ma si tratta di adorare e adorando capiamo.

            Quel Dio non è un Dio nuovo, non è un Dio sconosciuto. Dio parla a Mosè. Non è importante comunicargli il nome di Dio, ma mettere in luce la relazione che ha con l’uomo: «Io sono il Dio di tuo Padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe». Sin dall’inizio Dio è sempre con qualcuno, è il mio Dio, è il nostro Dio, è l’Emanuele. Gesù lo riconfermerà: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 27, 20).

 

Lo sguardo di Dio (vv. 7-9)

7Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. 8Sono sceso per liberarlo dal potere dell'Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele, verso il luogo dove si trovano il Cananeo, l'Ittita, l'Amorreo, il Perizzita, l'Eveo, il Gebuseo. 9Ecco, il grido degli Israeliti è arrivato fino a me e io stesso ho visto come gli Egiziani li opprimono.

 

            Nel dialogo che continua tra Dio e Mosè, ritroviamo i verbi visti in Es 2,24-25: ho osservato, ho udito, conosco. Aggiunge: «Sono sceso». Dio interviene in prima persona per fare uscire il suo popolo dall’Egitto verso una terra fertile, dove scorre “latte e miele”.

 

La prima richiesta di Dio e la rivelazione del nome (vv. 10-15)

10Perciò va'! Io ti mando dal faraone. Fa' uscire dall'Egitto il mio popolo, gli Israeliti!». 11Mosè disse a Dio: «Chi sono io per andare dal faraone e far uscire gli Israeliti dall'Egitto?».12Rispose: «Io sarò con te. Questo sarà per te il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall'Egitto, servirete Dio su questo monte».13Mosè disse a Dio: «Ecco, io vado dagli Israeliti e dico loro: «Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi». Mi diranno: «Qual è il suo nome?». E io che cosa risponderò loro?». 14Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». E aggiunse: «Così dirai agli Israeliti: «Io-Sono mi ha mandato a voi». 15Dio disse ancora a Mosè: «Dirai agli Israeliti: «Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe, mi ha mandato a voi». Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione.

 

            Dio “vede” Mosè (lo ha scelto) per essere quello che farà uscire gli israeliti dall’Egitto e gli consegna degli ordini: «Perciò và! Io ti mando dal faraone. Fa uscire..». Anche Gesù vide Simone ed Andrea e poi Giacomo e Giovanni dicendo loro: «Seguitemi..» (Mc 1,16-20).

            La vocazione di Mosè è proprio  l’essere strumento dell’agire di Dio: è Dio che libera Israele, non Mosè. Ricordiamo come Mosè era fortemente preso dall’idea di salvare: scopre l’egiziano, lo uccide..vuole rappacificare. Alla fine è stato costretto a fuggire in Madian: un fallimento!  Perché? Perché voleva essere l’io che agiva. Non siamo noi, pur annunciando, il meglio possibile,  la Parola di Dio, che salviamo, ma è Dio stesso!

            Nel momento che Mosè è chiamato da Dio e sarà suo strumento, riceverà autorevolezza e la sua azione non fallirà. E se Dio ha scelto Mosè non significa privilegio, ma ricevere una responsabilità.

            Nel racconto della “vocazione e missione di Mosè” notiamo uno schema che si ripete più volte: richieste di Dio/obiezioni di Mosè/risposte di Dio.

            Tre sono le richieste di Dio, alle quali Mosè solleva cinque obiezioni che confermano che Mosè non si è scelto, ma è stato scelto. La vocazione di Mosè, come ogni altra vocazione, è la scoperta di essere persone precedute dall’amore: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16). Alle obiezioni di Mosè seguono le risposte di Dio.

            Per la prima volta Dio gli presenta l’incarico della missione con imperativi: và (come ad Abramo in Gn 12,1) e fai uscire  (il verbo dell’esodo). Se prima era Dio a “far salire” (v.8), ora tocca a Mosè.

            Ma Mosè risponde con una prima obiezione: «Chi sono io..?». Quando Mosè voleva essere lui il liberatore, aveva agito prontamente; ora sembra non ne abbia voglia. Anche noi, quando facciamo qualcosa perché qualcuno ce lo dice, a volte, ci ritiriamo…

            Dio risponde: «Io sarò con te.. ». Chi è chiamato da Dio non deve porre la domanda “Chi sono io?” per fare quello che Dio ha chiesto. L’importante non è “chi sono io”, ma sapere che Dio è con me nel momento che agisco. E’ un atto di fiducia che Dio chiede.

            Mosè non sarà lasciato solo e il segno di questa presenza che non verrà mai meno è:
«..servirete Dio su questo monte ». Ecco il perché della liberazione.

            Siamo tentati di dire: eravamo schiavi, Dio ci libera e noi facciamo quello che vogliamo. Non è così: Dio non ci libera per essere soggetti ad altre schiavitù umane (il potere, il denaro..), ma per servire a lui solo E servire Dio non è una nuova schiavitù, perché Dio non opprime, è un Dio che ci ama e  ci indica un cammino che porta al senso pieno della vita, alla vera libertà.

            A Mosè questo non basta e muove una seconda obiezione: « Chi sei tu?». In una società piena di dèi come quella egiziana, conoscere per nome il Dio che lo ha inviato, è la massima garanzia della sua missione, forse ricorda il rimprovero del fratello ebreo dopo l’uccisione dell’egiziano (Es 2,14).

            Per la prima volta Dio rivela il suo nome: «Io sono colui che sono », «Io-Sono mi ha mandato a voi».

            Questo nome non è un gioco di parole, né un rifiuto a rispondere. E’ un nome che pone Dio al principio e al di fuori del tempo. Troviamo due volte il verbo essere. In greco è stato tradotto con: «Io sono l’essere», ma Dio ha parlato a un ebreo e, in ebraico, il verbo “essere” ha un significato diverso dal greco. Significa “essere in relazione”: l’essere lì (io sono colui che ti è presente), l’essere con (io sono per essere insieme a te), l’essere per (io sono colui che è dalla tua parte). Ricordiamoci: «Io sarò con te.. » (v. 12).

            In ebraico poi i tempi non sono come in italiano e “Io sono” corrisponde al nostro presente, passato e futuro: io sono colui che ero, io sono quello che sarò, io ero colui che sarò…

            Daniel Attinger, monaco di Bose, suggerisce questa traduzione: «Io sono colui che è Io sono». Vuole dirci che il nome di Dio è «Io sono ». Con molti «Io sono » Gesù si rivela agli uomini nel Vangelo secondo Giovanni: io sono il Messia (Gv 4,26), io sono il pane di vita
(Gv 6,35), io sono la via, la verità, la vita (Gv 14,6)...  Con questo nome gli uomini dovranno conservare la memoria di Dio.

            Con questi significati del verbo essere gli autori antichi hanno spiegato il nome proprio di Dio indicato nella Bibbia: YHWH (Yahweh). Nella tradizione ebraica questo nome non si pronuncia per osservare il precetto del Decalogo: «Non nominare il nome di Dio invano» (Es 20,7). Quando si incontrava il tetragramma sacro, si pronunciava la parola «Adonay», che significa «Signore». Nella Bibbia italiana, ogni volta che troviamo il termina Signore, sappiamo che in ebraico c’è il nome proprio Adonay, quando troviamo Dio, in ebraico c’è il nome comune Elohim o El. Se Dio ci consegna il suo nome è perché noi possiamo chiamarlo, certi che lui ci ascolta.

Al roveto ardente, Mosè ha incontrato Dio: un Dio che sarà sempre con lui. Può cominciare la sua missione…

Approfondimento personale

    • Lo sguardo di Dio è amore. Mosè lo ha accolto, come Maria, come i primi discepoli, sorpresi nella loro quotidianità. Sappiamo anche noi accoglierlo o lo rifiutiamo?
    • Ti sembra di aver capito bene la tua vocazione nel piano di Dio?
    • Se siamo stati guardati da Dio e l’abbiamo accolto, riusciamo a nostra volta a guardare e farlo accogliere dagli altri (come Mosè con gli Israeliti)?
    • Abbiamo fiducia che Dio  ci ama per quello che siamo, con le nostre debolezze e limiti (ha scelto Mosè, un uomo fuggiasco, deluso, omicida..sceglierà Saulo..)?
    • Senti e vivi la tua vocazione come una missione o ti agiti e ti preoccupi come se dovessi essere tu a inventare la salvezza?
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Ultimo aggiornamento: 1 marzo 2019
 
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