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MAGGIO 2008

     

MARTIRIO DI VALENTE Maria Valtorta dai quaderni del 1944
        Sono di certo nelle catacombe. In quale? In quale secolo? Non so. Sono in una chiesa catacombale rettangolare terminata da una vasta aula rotonda nel cui centro è l’altare: una tavola rettangolare, staccata dalla parete, coperta da una vera tovaglia, ossia da un telo di lino ad alti orli su tutti i quattro lati, ma senza merletti e ricami.
        Sulla parete dell’abside è dipinta una scena evangelica: il Buon Pastore. Non è certo un capolavoro. Una via di campagna che pare mota gialla; una chiazza verdastra oltre la via, a sinistra di chi guarda, sarebbe il prato; sette pecore ammassate tanto da parere un blocco solo, di cui solo delle due prime si vede il muso mentre le altre paiono fagotti panciuti, camminano sulla via, venendo verso chi guarda, ai limiti del prato. Il Buon Pastore è al loro fianco, sul fondo, vestito di bianco e col manto rosso sbiadito. Ha sulle spalle una pecorina che è tenuta per le zampette da Lui. Il pittore, o mosaicista, ha fatto tutto quello che ha potuto... ma non si può certo dire che Gesù sia bello. Ha il caratteristico volto piatto, largo più che lungo perché preso di fronte, dai capelli stesi e appiccicati, troppo scuri e opachi, dei dipinti e mosaici cristiani primitivi. Non ha neppure la barba. Però nel suo brutto ha uno sguardo mesto e amoroso che attira, ed una mossa, sulla bocca, di sorriso doloroso che fa pensare.
        In un angolo vi è una bassa apertura. Ma tanto bassa che solo un fanciullo potrebbe passare senza urtarvi il capo. Sopra, una lapide lunga quanto un uomo segna un loculo. Sulla lapide è scritto il “Pax” che si usava allora e sotto in latino: “Ossa del beato martire Valente”. Ai lati della epigrafe sono graffite una ampolla e una foglia di palma.
        In fondo alla chiesa, un’altra bassa apertura, e presso ad essa vedo quattro robusti fossori, armati di pale e picconi. Sono vicini a due mucchi di arenaria di sterro. Arguisco che si sia in tempo di persecuzioni e che siano pronti a far franare la parete e ad occultare la chiesa con la frana e coi mucchi di arenaria già pronti. Nella chiesa vi è il solito chiarore giallo-rosso tremolante delle lampadette ad olio. Verso l’altare la luce è più viva. Nel fondo è appena un chiarore nel quale si perdono i contorni delle persone vestite per lo più di scuro. L’altare ha sopra il calice, ancora coperto. Ma la Messa deve essere già iniziata. All’altare vi è un vegliardo dal volto ascetico, pallidissimo, sembra scolpito nel vecchio avorio. La tonsura si perde nella calvizie che mette solo una corona di soffici capelli bianchi intorno al capo sino al disopra delle orecchie. Il resto è nudo, e la fronte pare immensa. Sotto essa due chiari occhi cilestrini, miti, tristi, limpidi però come quelli di un bimbo. Naso lungo e sottile, bocca dalla caratteristica piega dei vecchi, dalle mascelle molto sdentate. Un viso magro e austero di santo. Lo vedo bene perché è vòlto verso di me, stando nel rito dall’altra parte dell’altare. Ha la pianeta di allora, ossia a mantellina, e sopra ha il pallio oltre la stola.
        Sul davanti dell’altare vi sono inginocchiati tre giovani. I due ai lati hanno la casacchetta dei diaconi, con le maniche larghe e lunghe oltre i gomiti. Quello di centro ha la veste già a pianeta, con le maniche fatte da una mantellina che va dalle coste alle scapole, a tracolla ha la stola. Vedendo la stola, che se bene mi ricordo non vidi nelle prime Messe, arguisco che non vedo scena dei primi tempi. Penso essere nella fine del II secolo o agli inizi del III. Però potrei sbagliare, perché questa è riflessione mia e in fatto di archeologia cristiana e di cerimonie di quei tempi sono analfabeta.
        Il Pontefice - deve essere tale per il pallio - passa sul davanti dell’altare e viene a porsi di fronte ai tre giovani inginocchiati. Impone le mani al primo e al terzo pronunciando preghiere in latino. Poi si porta di fronte a quello di centro, quello della stola a tracolla, e impone anche a lui le mani sul capo; poi, servito da uno vestito da diacono, intinge le dita in un vaso d’argento e unge la fronte e le palme delle mani del giovane, alita a lui in viso, anzi prima alita poi unge le mani, gliele lega insieme con un lembo della stola che l’aiutante ha slegata dal corpo di lui, e l’altra parte gliela passa sul collo come un giogo. Poi lo fa alzare e, tenendolo per le mani legate, lo fa salire sui tre scalini che conducono all’altare e glielo fa baciare, e baciare quello che suppongo sia il Vangelo: un voluminoso rotolo tenuto da un nastro rosso. Poi lo bacia a sua volta e lo conduce con sé dall’altra parte e continua la Messa.
        Capisco ora, però, che era da poco iniziata, perché dopo poco (è quasi uguale alla nostra e anche questo mi fa capire che siamo almeno alla fine del II secolo) si giunge al Vangelo. Lo canta il nuovo sacerdote (penso sia stata una ordinazione sacerdotale). Viene di nuovo sul davanti dell’altare, e i due che erano ancora in ginocchio si alzano, uno prende una lampadetta, l’altro il rotolo del Vangelo che gli porge quello che già serviva all’altare. Il diacono svolge il rotolo e lo tiene aperto al punto giusto, stando di fronte al neo sacerdote che ha al fianco quello della lampada. Il neo sacerdote, che è alto, bruno, coi capelli piuttosto ondulati, sui trent’anni, dal volto caratteristicamente romano, canta con bella voce il Vangelo di Gesù e del giovane che gli chiede che fare per seguire Lui(Mt 19,16-30). Ha una voce sicura e forte, ben tonata. Empie la chiesa. Canta con canto fermo e con un sorriso luminoso nel volto, e quando giunge al “Vade, quaecumque habes vende et da pauperibus et habebis thesaurum in coelo et veni sequere Me” la sua voce è uno squillo di gioia e di amore.
         Bacia il Vangelo e torna presso il Pontefice che ha ascoltato in piedi il Vangelo, vòlto verso il popolo e con le mani congiunte in preghiera. Il neo sacerdote si inginocchia ora. Il Pontefice invece pronuncia la sua omelia.
         «Battezzato nel giorno natale del martire Valente, il nuovo figlio della Chiesa Apostolica e Romana, e fratello nostro, ha voluto assumere il nome del martire beato, ma con quella modifica che l’umiltà attinta dal Vangelo - l’umiltà: una delle radici della santità - gli dettava. E non Valente, ma Valentino volle essere detto.
        Oh! ma che in vero Valente egli è. Guardate quanto cammino ha fatto il pagano la cui religione era il vizio e la prepotenza. Voi lo conoscete quale è ora, nel seno della Chiesa. Qualcuno fra voi - e specie quelli che padri e madri di vera generazione gli sono stati, per essere quelli che con la parola e l’esempio l’hanno fatto concepire dalla Santa Madre Chiesa e partorire da essa per l’altare e per il Cielo - sanno quello che egli era non come cristiano Valente ma come il pagano di prima, il cui nome egli, e noi con lui, non vogliamo neppur ricordare.
        Morto è il pagano. E dall’acqua lustrale è risorto il cristiano. Ora egli è il vostro prete. Quanto cammino! Quanto! Dalle orgie ai digiuni; dai triclini alla chiesa; dalla durezza, dall’impurità, dall’avarizia, all’amore, alla castità, alla generosità assoluta.
        Egli era il giovane ricco, e un giorno ha incontrato, portato a lui dal cuore dei santi, che anche senza parole illustrano Cristo - perché Egli traluce dal loro animo - ha incontrato Gesù, Signor nostro benedetto. Gli occhi dolcissimi del Maestro si sono fissati sul volto del pagano. E il pagano ha provato una seduzione che nessun piacere gli aveva ancor data, una emozione nuova, dal nome sconosciuto, dalla non descrivibile sensazione. Un che di soave come carezza di madre, di onesto come odore di pane testé sfornato, di puro come alba di primavera, di sublime come sogno ultraterreno.
        Cadete voi larve del mondo e dell’Olimpo pagano quando il Sole Gesù bacia un suo chiamato. Come nebbie vi dissolvete. Come incubi demoniaci fuggite. Che resta di voi? Di voi che sembravate tanto splendida cosa? Un mucchio lurido di detriti inceneriti malamente e ancor fetidi di corruzione.
        “Maestro buono, che devo fare per seguire Te e avere la vita eterna?” ha chiesto. E il dolce, divino Maestro, con poche parole gli ha dato l’insegnamento di Vita: “Osserva questi comandi”. Oh! non gli poteva dire: “Segui la Legge!”. Il pagano non la conosceva. Gli disse allora: “Non uccidere, non rubare, non spergiurare, non essere lussurioso, onora i parenti e ama Dio e prossimo come te stesso”. Parole nuove! Mète mai pensate! Orizzonti infiniti pieni di luce. Della sua luce.
        Il pagano non poteva dare la risposta del giovane ricco. Non poteva. Perché nel paganesimo sono tutti i peccati ed egli tutti li aveva nel cuore. Ma volle poterla dare. E venne ad un povero vecchio, al Pontefice perseguitato, e disse: “Dàmmi la Luce, dàmmi la Scienza, dàmmi la Vita! Un’anima dàmmi, in questo mio corpo di bruto!”, e piangeva.
        E il povero vecchio, che io sono, ha preso il Vangelo ed in esso ha trovato la Luce, la Scienza, la Vita per il mendicante piangente. Ho trovato tutto nel Vangelo di Gesù, nostro Signore, per lui. E gli ho potuto dare l’anima. L’anima morta evocarla a vita, e dirgli: “Ecco l’anima tua. Custodiscila per la vita eterna”.
        Allora, bianco del bagno battesimale, egli si è dato a ricercare il Maestro buono e lo ha trovato ancora e gli ha detto: “Ora posso dirti che faccio ciò che Tu mi hai detto. Che altro manca per seguire Te?”. E il Maestro buono ha risposto: “Va’, vendi quanto hai e dàllo ai poveri. Allora sarai perfetto e potrai seguire Me”. Oh! allora Valentino ha superato il giovane di Palestina! Non se ne andò via, incapace di separarsi da tutti i suoi beni. Ma questi beni mi ha portato per i poveri di Cristo e, libero dal giogo delle ricchezze, pesante giogo che impedisce di seguire Gesù, mi ha chiesto il giogo luminoso, alato, paradisiaco del Sacerdozio.
        Eccolo. Lo avete visto sotto quel giogo, con le mani legate, prigioniero di Cristo, salire al suo altare. Ora vi frangerà il Pane eterno e vi disseterà col Vino divino. Ma lui, come io, per esser perfetti agli occhi del Maestro buono vogliamo ancora una cosa. Farci noi pane e vino: immolarci, frantumarci, spremerci sino all’ultima stilla, ridurci a farina per essere ostie. Vendere l’ultima, l’unica ricchezza che ci resta: la vita. Io la mia cadente vita di vecchio. Egli la fiorente vita di giovane.
        Oh! non deluderci, Pontefice eterno. Concedici il beato martirio! Col sangue vogliamo scrivere il tuo Nome: Gesù Salvatore nostro. Un altro battesimo vogliamo, per la nostra stola che l’imperfezione umana sempre corrompe: quello del sangue. Per salire a Te con stole immacolate e seguirti, o Agnello di Dio che levi i peccati del mondo, che li hai levati col tuo Sangue! Beato martire Valente, nella cui chiesa siamo, al tuo Pontefice Marcello e per il tuo fratello sacerdote chiedi dal Pontefice eterno la stessa tua palma e corona.»
         E non c’è altro.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 5 giugno 2019
 
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